Cassano, Del Piero, Figo Una panchina per tre

P elè disse della nazionale italiana: «Deve essere davvero una squadra di fenomeni se si permette di lasciare a casa, in tutti i mondiali, uno come Mario Corso, nel mio Brasile sarebbe titolare». Che cosa potrebbe pensare e dire oggi Pelè controllando lo stato delle cose della nostra serie A: dunque Capello sposta in panchina Alessandro Del Piero, mentre Mancini fa lo stesso con Luis Figo e Spalletti si adegua togliendo dai titolari Antonio Cassano? Questo è il football, con la rosa aperta, anche quella sfiorita, con talenti in castigo, Cassano, altri in osservazione, Figo e altri ancora in prepensionamento, Del Piero per dire.
Un football che spara alle stelle, che esige subito il massimo, che spedisce Collina in B per sponsor ricevuto, che chiude gli stadi su decisione dei sindaci e non della Lega, che minaccia fisicamente chi vuole comprare una squadra e esalta o esulta per chi l’ha venduta per duecentocinquantamila euro.
Dicono gli allenatori che le scelte sono tecniche e che ci sarà il tempo per tutti, l’importante è il collettivo, il turn over in fondo ha questo significato. In verità la tecnica è un alibi dialettico, in panchina si siede chi non offre tutte le garanzie per essere titolare, dunque Cassano per ragioni di contratto e anche di ambiente che lo insulta e lo rimprovera di tradimento (vedi alla voce Capello-Emerson-Zebina), Figo perché dopo Madrid ha le gambe meno «reali» e Del Piero, infine, perché Trezeguet e Ibrahimovic sono migliori di lui. Una cosa è certa: nel calcio gli assenti non hanno mai ragione.