La Cassazione annulla la condanna di Mannino

L’ex ministro: «Dalla Suprema corte una lezione di grande civiltà giuridica, quella decisione era illegittima»

Mariateresa Conti

da Palermo

Sembrava davvero che, dopo undici lunghi anni, si stesse per scrivere la parola «fine»: l’accusa aveva chiesto l’annullamento della sentenza di condanna senza rinvio; la difesa, ovviamente, aveva fatto altrettanto. E invece il calvario giudiziario dell’ex ministro Dc Calogero Mannino, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, non è affatto arrivato al capolinea: le sezioni unite della Suprema corte hanno sì annullato la condanna a cinque anni e quattro mesi inflitta in secondo grado, ma hanno disposto che si celebri, a Palermo, un secondo processo d’appello di fronte a un’altra sezione. Il che, bene che vada, significa altri due anni di dibattimento, tra fissazione della data d’inizio e svolgimento effettivo del processo.
Si è ripetuto, insomma, un copione pressoché identico a quello di un altro processo «eccellente» tuttora in corso nel capoluogo siciliano, quello a carico di Bruno Contrada. Mannino ha incassato il colpo. E dopo gli iniziali «no comment» ha preso in considerazione gli aspetti oggettivamente positivi che vengono fuori dal verdetto della Cassazione, primo tra tutti l’annullamento della condanna, arrivata in appello a mo’ di doccia fredda, dopo l’assoluzione nel processo di primo grado. «Una volta - ha dichiarato - un mugnaio esclamò: c’è un giudice a Berlino. Oggi in Italia, mentre c’è una polemica molto dura sul principio della separazione delle carriere, dalla Procura generale della Cassazione viene una grande lezione di civiltà giuridica. Il rappresentante della procura generale della Cassazione si è presentato davanti ai giudici e ha chiesto l’annullamento della condanna. Avremmo potuto dire che c’è un giudice a Berlino, adesso dirò che c’è un procuratore a Roma. La sentenza di condanna è stata annullata perché non è stata ritenuta legittima, a questo punto avrò da compiere un’ulteriore fatica, quella di affrontare un altro processo in appello. Pazienza».
Moderatamente soddisfatti i difensori dell’ex ministro, gli avvocati Carlo Federico Grosso e Grazia Volo: «La Cassazione - hanno rimarcato - ha accolto i nostri motivi. Sono stati stabiliti principi di diritto a cui la Corte territoriale di rinvio dovrà attenersi. Anzitutto l’esistenza di un accordo concreto del politico con l’organizzazione mafiosa dev’essere provato nel quadro del decalogo stabilito dalla sentenza Carnevale. E poi sono inutilizzabili le sentenze non passate in giudicato se non come documento attestante il fatto. Purtroppo le Sezioni unite hanno accolto il ricorso della difesa, ma non hanno potuto rielaborare il merito, annullando di conseguenza la sentenza con rinvio. Ciò determina un ulteriore aggravio di tempo in un processo la cui smisurata lunghezza (dal 1994, Mannino ha anche scontato 700 giorni di carcerazione preventiva, ndr) contrasta con il principio costituzionale della ragionevole durata dello stesso».
In effetti, i rilievi mossi dal Pg della Cassazione, Antonio Siniscalchi e da Giovanni Canzio, che ha fatto da relatore di fronte ai nove giudici delle Sezioni unite presieduti dal primo presidente Nicola Marvulli, sono stati piuttosto pesanti. Il consigliere Canzio ha ricostruito il caso Mannino parlando di «genericità» e ricordando che «le condotte poste in essere da Mannino, pur non essendo esenti da contatti con esponenti mafiosi, anche di spicco, si limitarono a motivi elettorali o di tipo tangentizio, senza configurare il concorso esterno in associazione mafiosa». Decisamente più duro il Pg Siniscalchi, che ha bollato la sentenza d’appello come «esempio negativo da mostrare agli uditori giudiziari di come una sentenza non dovrebbe essere mai scritta. La pronuncia d’appello racconta la vita politica di Mannino, numerosi episodi di incontri e contatti con esponenti mafiosi, ma non elenca con esattezza e precisione nemmeno un singolo contributo di Mannino a Cosa nostra, tale da poter supportare l’accusa di aver contribuito al rafforzamento della mafia». Il Pg ha inoltre detto di «non aver trovato nulla, nella sentenza d’appello, per apprezzare, in termini rigorosi e tecnici, il contributo mafioso del Mannino, perché (la sentenza d’appello, ndr) mai racconta con esattezza di cosa l’uomo politico abbia fatto a favore di Cosa nostra».
All’insegna della soddisfazione e nello stesso tempo della solidarietà a Mannino per l’ulteriore «coda» giudiziaria le reazioni. Per tutte - e tra le prime - quella del presidente della Regione Salvatore Cuffaro: «Sono sempre stato certo dell’integrità morale dell’onorevole Mannino. Auspico che attraverso il giudizio di rinvio disposto dalla Suprema corte possa esser reso il definitivo ristoro a un uomo e a un politico che ha servito fedelmente la Sicilia e l’intero Paese nelle responsabilità politiche e di governo che ha ricoperto per tanti anni».