La Cassazione condanna Alessandro Manzoni

«Cazzaro» sì, «azzeccagarbugli» no. O, se preferite, Francesco «Pupone» Totti sì, Alessandro «don Lisander» Manzoni no. Le sentenze della Cassazione sono una manna, per i giornali, soprattutto nel periodo estivo, quando una patina di torpore e conformismo avvolge le redazioni. L’ultima «condanna»... in contumacia l’autore dei Promessi sposi pochi giorni dopo aver «assolto» l’ottavo re (calcistico) di Roma che aveva apostrofato in modo colorito un giornalista. Proprio un bel bocconcino estivo.
I fatti. La sentenza 32577 della Suprema corte ha dichiarato inammissibile il ricorso di un consigliere comunale di Venosa che aveva diffuso volantini che definivano il sindaco «gaglioffo azzeccagarbugli». Due anni fa il Tribunale di Melfi aveva condannato il consigliere a 700 euro di multa per diffamazione aggravata e al risarcimento del danno. Decisione confermata dalla Corte d’appello di Potenza nel 2006. E ora anche dai giudici del Palazzaccio, che hanno dichiarato inammissibile il ricorso precisando che «la lettura del testo e delle espressioni usate così offerta (dalla Corte territoriale, ndr) non solo è plausibile, ma è perfettamente aderente al significato corrente dei termini usati, la cui derivazione letteraria (manzoniana per “azzeccagarbugli”) o storica (probabilmente derivata da gallis offa per “gaglioffo”) nulla toglie al disvalore vuoi connotativo vuoi denotativo di entrambi, adeguatamente individuato nella sentenza impugnata con gli equivalenti di operatore del diritto di scarsa levatura morale, imbroglione, e di manigoldo, delinquente, avvezzo alla sopraffazione».
Non sappiamo se il consigliere in questione, ora costretto a metter mano al portafogli, abbia una Lucia. Non sappiamo neppure se egli veda nel sindaco diffamato un don Rodrigo (nel qual caso si passerebbe dal manzoniano al boccaccesco... ). Sta di fatto che il busillis gordiano di questo «garbuglio» è stato «dipanato» dalla Cassazione con le spicce, alla maniera di Alessandro Magno quando tagliò il nodo con cui il mitico fattore di Frigia aveva assicurato il suo carro ai buoi. Ma, per carità, non ricordate ai giudici, per restare sul classico, che «chi di spada ferisce, di spada perisce», e non suggerite al consigliere mazziato di rivolgere a loro l’invito, non penalmente rilevante, che inizia con «vaff... ». Gli uomini di legge potrebbero ribattere, altrettanto volgarmente (da vulgus, volgo): «Ma che c’azzecca»?