Cassazione contro la Ue: sì alle espulsioni collettive degli immigrati irregolari

I giudici della Suprema Corte: sono lecite, ma il provvedimento deve essere motivato singolarmente

Stefano Zurlo

da Milano

Sì alle espulsioni di gruppo dei clandestini. Sì ai provvedimenti a grappolo. Sì, purché siano adeguatamente motivati. La Cassazione non si formalizza davanti ai decreti fotocopia, anzi li promuove capovolgendo così la decisione del tribunale di Milano che aveva bocciato la scelta del prefetto di espellere 15 romeni di etnia rom, trovati privi di permesso di soggiorno nel «fortino» di via Adda a Milano. Poco più di un anno fa, il 17 maggio 2004, la polizia era finalmente entrata nel palazzo, ormai un’enclave senza legge a due passi dalla stazione Centrale, e lo aveva sgomberato. Gli stranieri rimasti, i pochi che non se n’erano andati prima dell’annunciatissimo blitz, erano stati riaccompagnati in patria. Il Tribunale aveva però dichiarato illegittime le espulsioni. Ora il nuovo colpo di scena.
Certo, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, all’articolo 4 del IV protocollo addizionale, vieta le espulsioni collettive. Ma si tratta di intendersi sulle parole. La Cassazione scava e ora prova a spiegare come quell’articolo debba essere interpretato: «Quel che si è inteso vietare è che le ragioni della estromissione del gruppo assorbissero la valutazione delle singole posizioni individuali degli espellendi con riguardo alla oggettività e legalità della ragione espulsiva». Insomma, l’Europa difende i clandestini dalle espulsioni «aprioristiche», motivate da «ragioni etniche». Non si può prendere un gruppo di rom e rispedirli in Romania in blocco, a scatola chiusa; ma se, com’è successo a Milano, quindici nomadi vengono trovati «casualmente» nella stessa area per di più «in un’identica situazione di irregolarità», allora non ci si può meravigliare se anche i cartellini i rossi si assomigliano come gocce d’acqua. L’Europa, a sentire la Suprema Corte, non guarda alle forme, ma vuole evitare la cacciata «nei riguardi di gruppi di stranieri senza che per ciascuno di essi venga svolto esame ragionevole e obiettivo delle ragioni e delle difese di ciascuno dinanzi all’autorità competente».
Ma se le garanzie difensive sono state rispettate, allora diventa «irrilevante» il fatto che «siano stati emessi plurimi contestuali provvedimenti a carico di soggetti colti in situazione irregolare da un controllo». Dunque, ha ragione la prefettura che ha fatto ricorso, ha torto il tribunale. «In questo provvedimento - nota Laura Boldrini, portavoce in Italia dell’Unhcr, l’United Nations high commissioner for refugees, l’organismo dell’Onu per i rifugiati - la Cassazione ha comunque ribadito l’importanza di verificare i casi singoli e le garanzie per ciascun immigrato in via di espulsione». Non solo. «L’importante - prosegue la portavoce - è che i singoli cittadini stranieri siano identificati, ancora il provvedimento di allontanamento dev’essere loro consegnato in una lingua comprensibile e in tempi utili ai fini di poter procedere a un eventuale ricorso. Tutto questo sembra garantito dalla sentenza odierna della Cassazione». Plaude alla decisione della Suprema Corte anche Luciano Dussin, vicepresidente della Lega a Montecitorio: «È una sentenza positiva che dà tranquillità e sicurezza anche agli addetti delle forze di polizia. Noi della Lega non abbiamo mai messo in dubbio la validità delle espulsioni collettive».