Cassazione: lecite le telefonate private col cellulare d'ufficio se poche e brevi

La Suprema Corte conferma il non luogo a procedere pronunciato dal gup di Verbania nei confronti di un dirigente del Comune di Stresa finito sotto inchiesta per aver usato il telefono aziendale per contatti privati e per essersi collegato ad internet per ragioni personali

Usare il telefonino di servizio o la connessione ad internet in ufficio per motivi privati? Si può fare, se il ricorso a questi strumenti viene effettuato con moderazione e le spese restano contenute. Lo ha stabilito la Cassazione con una sentenza, la numero 41709, che chiarisce le modalità di utilizzo del cellulare aziendale. I supremi giudici hanno confermato il non luogo a procedere pronunciato dal gup di Verbania nei confronti del dirigente dell'ufficio tecnico del Comune di Stresa sotto inchiesta per peculato e abuso d'ufficio. L'uomo era finito nei guai dopo aver usato il telefono di servizio per contatti con privati (inviando 276 sms e facendo 625 chiamate) per un totale di 25 ore e un costo di 75 euro nell'arco di due anni. Il dipendente aveva usato anche internet sul posto di lavoro per motivi personali. Ma il gup lo aveva prosciolto perché le sue condotte, seppur reiterate, «comportavano costi modesti» e dunque era rilevabile «l'assenza di atti appropriativi di valore economico sufficiente per la configurabilità del delitto di peculato». Per il giudice non stava in piedi neppure l'abuso d'ufficio poiché mancava l'elemento costitutivo del reato, consistente nell'«ingiusto vantaggio patrimoniale rappresentato da un effettivo e concreto incremento economico del patrimonio del beneficiato quale conseguenza della condotta abusiva». Nessuna censura neppure per quanto riguarda l'uso della rete web: il Comune in questione, infatti, aveva un abbonamento a costo fisso per la navigazione. Dunque nessuna spesa in più. Una decisione, quella del gup, non condivisa dai magistrati dell'accusa. Che hanno portato la questione all'attenzione della Cassazione. Ma niente da fare: la sesta sezione penale della Suprema Corte ha dichiarato inammissibile i ricorsi del pg di Torino e del procuratore capo di Verbania. Pur ammettendo che in materia la giurisprudenza non è uniforme - come sottolineato in uno dei due ricorsi - i giudici hanno osservato che tutte le sentenze pronunciate «sono concordi nel ritenere che danni al patrimonio della pubblica amministrazione di scarsa entità finiscono per essere irrilevanti per rivelarsi le condotte inoffensive del bene giuridico tutelato».