La Cassazione: non sempre le bravate dei ragazzini vanno perdonate

Secondo i supremi giudici anche i minorenni con situazioni familiari complesse vanno puniti se si comportano male. Neppure il disagio conseguente alla separazione dei genitori giustifica in alcun modo atti di teppismo

Non sempre le bravate dei ragazzini vanno perdonate. Anche se questi, ancora minorenni, hanno alle spalle complicate situazioni familiari. A dire basta ad un eccesso di clemenza nei confronti dei più giovani che si mettono nei guai sono i giudici della Cassazione secondo i quali, per quanto un ragazzo possa essere segnato da un passato difficile, non necessariamente deve essere scusato per le bravate che commette. Anzi, per la Suprema Corte va punito affinché comprenda il «disvalore sociale» delle sue azioni. Per questo la seconda sezione penale ha annullato con rinvio una sentenza del gup del Tribunale dei minorenni di Torino che aveva «salvato» un ragazzo imputato di danneggiamento per aver inciso con un oggetto appuntito la carrozzeria di una Bmw e di ingiurie e minacce gravi ai danni della proprietaria dell'auto contro la quale si era scagliato per indurla a non denunciarlo. Il giudice ritenne che il giovane non andasse punito a causa della sua immaturità e soprattutto perché «segnato dalla separazione dei genitori». Una decisione per nulla condivisa dal pg di Torino, che fece ricorso in Cassazione. Ora la Suprema Corte gli ha dato ragione, accogliendo il ricorso e evidenziando che «specifiche condizioni socio-ambientali e familiari nelle quali il minore sia eventualmente vissuto, particolarmente dolorose e laceranti, seppure possono aver avuto influenza negativa sul soggetto, inficiando le potenzialità di valutazione critica della propria condotta e agevolando il processo psicologico di autolegittimazione del crimine, non hanno, perciò solo, compromesso la capacità del minore di rendersi conto del significato delle proprie azioni e di volizione delle stesse e quindi non rappresentano una forma di patologia mentale legittimante un giudizio di non imputabilità». Per i giudici, dunque, non è corretto fare riferimento alla separazione dei genitori come giustificazione soprattutto in una situazione in cui «il disvalore del fatto era immediatamente percepibile».