Cassazione, la sanatoria dei giudici Il clandestino ha figli? No espulsione

Stop al rimpatrio se &quot;provoca danni all’equilibrio psico-fisico dei bambini&quot;. In pratica, porte aperte a tutti<br />

E ora neppure l’irregolare che commette un reato o viene beccato senza documenti si può rispedire nella sua terra di origine con il foglio di via. Basta che all’anagrafe risulti essere genitore e abbia un minore da accudire e il gioco è fatto. Le Sezioni Unite della Cassazione ieri hanno emesso una sentenza (la numero 21799) che non farà certo piacere al ministro dell’Interno, Roberto Maroni e agli uomini che ogni giorno lottano per allontanare i clandestini dal nostro paese.

I giudici ovviamente sostengono che la politica non c’entra e che prevale il benessere dei figli degli irregolari al di là di ogni pregiudizio e ogni valutazione. Ai figli, dicono i giudici, va evitato «il trauma del distacco dai genitori e quello dello sradicamento dal nostro Paese dove stanno vivendo». In pratica, non potendo tenere i bambini da soli in Italia e rispedire i genitori a casa, meglio tenerli uniti, ovviamente qui.

Il caso pratico da cui sono partiti per arrivare a definire un principio che ogni giudice del paese dovrà ormai applicare, è tutt’altro che eccezionale. È la storia di Pauline, una madre africana condannata per sfruttamento della prostituzione e raggiunta da foglio di via. Pauline, però, non ci pensa nemmeno lontanamente a tornarsene in Africa. E sostiene che il rimpatrio danneggerebbe i suoi tre bambini peraltro già affidati, part-time, a una famiglia umbra fin dal 2003. La causa finisce in Cassazione che, clamorosamente, dà ragione alla madre naturale dei tre bambini. Secondo la Suprema Corte, infatti, «i gravi motivi» che, in base alle norme sull’immigrazione, consentono la temporanea autorizzazione del genitore con foglio di via a rimanere in Italia debbono essere interpretati in maniera elastica. Non si possono applicare solo alle «situazioni di emergenza o alle circostanze collegate alla salute» del minore, ma a un ventaglio molto più ampio di situazioni che producono «qualsiasi danno effettivo, concreto, percepibile ed obiettivamente grave che deriverebbe al minore dall’allontanamento del familiare o dal suo definitivo sradicamento dall’ambiente in cui è cresciuto». Una frase che comprende in pratica ogni situazione di distacco: cosa c’è, infatti, di peggio che allontanare un bambino da una madre o da un padre? Ma i giudici precisano e cercano di rassicurare: «Si tratta di situazioni di per sé non di lunga o indeterminabile durata». Forse fino a quando i figli saranno maggiorenni? Non è dato saperlo. Sta di fatto che ora i giudici di Perugia dovranno meglio soppesare il visto all’espulsione di Pauline «esaminando i rapporti dei tre figli con lei e il trauma che potrebbero subire se venisse rimpatriata».
E ovviamente è polemica sulle possibili distorsioni che questa sentenza può creare nella pratica. Lo ammette lo stesso Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci contento del responso della Cassazione: «È una buona notizia, una decisione che fa chiarezza perché c’era stata una clamorosa sentenza a marzo che invece faceva prevalere l’interesse del Paese alla gestione delle frontiere su quello del minore che adesso viene rimesso al centro della tutela come prescrivono numerosi trattati». Ma proprio Miraglia ammette i rischi. «Oggi si fa giustizia di quella argomentazione cinica che fa perno sul rischio che gli immigrati utilizzino i figli per aggirare la legge e sfuggire all’espulsione - premette - ma se in Italia la legge impedisce l’ingresso regolare e obbliga ad aggirare le norme, non è colpa di un minore se il genitore va contro la legge».