La Cassazione tiene a mollo Fini

Nel 2008 l’ex leader di An e la Tulliani scortati nelle acque vietatissime di Giannutri per un bagno proibito: ecco le carte dell’indagine (riaperta) che il gip voleva archiviare. Fini fu fotografato con la Tulliani dagli ambientalisti. <a href="/interni/favori_e_spinte_dritte_e_colloqui_ma_gianfry_fa_telefonare_altri/03-11-2010/articolo-id=484333-page=0-comments=1" target="_blank"><strong>Favori e spinte, dritte e colloqui</strong></a><br />

La Cassazione tiene a mol­lo Gianfranco Fini, e dai fonda­li del tribunale di Grosseto fa riemergere l’inchiesta sulle im­mersioni fuorilegge. Per capi­re di cosa si stia parlando oc­corre andare indietro nel tem­po: a domenica scorsa e al 26 agosto del 2008. Tre giorni fa il presidente della Camera, infi­schiandosene del suo ruolo istituzionale, ha criticato la «di­sinvoltura » e il «malcostume» del presidente del Consiglio «nell’uso privato di incarico pubblico». Disinvoltura e mal­costume che, ad avviso dell’uo­mo di Montecarlo e delle rac­comandazioni Rai, hanno «messo l’Italia in una condizio­ne imbarazzante». Niente a che vedere, ovviamente, con l’imbarazzante condizione che nel 2008 portò lui e la sua compagna Elisabetta, scortati dai pompieri, a immergersi nelle acque vietatissime del parco nazionale dell’isola di Giannutri. Incurante dei divie­ti noti anche al più profano de­gli appassionati di diving , il sommozzatore Fini venne bec­cato e fotografato­ come si leg­ge nelle carte dell’inchiesta ­«con altre persone a passare da uno yacht all’imbarcazione dei vigili del fuoco, il tutto in un’area marina iper protetta, la costa dei Grottoni, zona uno, vale a dire un’area inter­detta a qualsiasi attività che non sia di carattere scientifi­co ». La gita in barca immortalata dalle sentinelle di Legambien­te auto­rizzò le associazioni am­bientaliste a parlare sia di «uti­lizzo dei parchi naturali come piscine riservate alle alte cari­che dello Stato» sia di vigili del fuoco distratti dal loro lavoro per consentire a Gianfranco e ad altre persone «di immerger­si nelle acque vietate per fini lu­dici e vacanzieri in mancanza del nulla-osta dell’EntePar­co ».

Beccato in flagranza Fini mandò avanti il portavoce: «Non abbiamo alcuna difficol­tà a commentare una colpevo­le leggerezza non conoscendo esattamente i confini dell’area protetta». Una leggerezza. Non conoscevano. Aggiunse, il portavoce, una cosa ovvia: se c’è da pagare una multa que­sta verrà doverosamente paga­ta. Così è stato.Per l’immersio­ne proibita con scorta di pom­pieri Gianfranco ed Elisabetta sono stati costretti a conciliare 206 euro a testa. Antonio Di Pietro liquidò la figuraccia isti­tuzionale alla sua maniera: «La cosa più grave non è solo quella che (Fini, ndr ) ha fatto immersioni in una zona proibi­ta ma che ci stava con una bar­ca dei vigili del fuoco spenden­do soldi dello Stato per fare il bagnetto lui e l’amichetta sua. Aver impegnato mezzi dello Stato così è penalmente rile­vante o no?». Il 3 settembre 2008 se lo chiedeva il presiden­te del Codacons, Giancarlo Rienzi, che ai vigili del fuoco di Grosseto inoltrava formale ri­chiesta affinché pure lui e la sua barchetta ancorata a Tar­quinia fossero scortate nella medesima area off limits per tutti, tranne che per Fini: «Avendo saputo che il vostro comando è stato a tal punto di­sp­onibile e premuroso da scor­tare il presidente della Came­ra alla zona in questione, sono certo che non vi saranno pro­blemi da parte vostra nel voler accompagnare anche me». Il comandante dei pompieri Francesco Notaro, imbarazza­to, rispose a Rienzi che l’auto­rizzazione ad accedere a Gian­nutri «non rientra nelle nostre competenze» e che al massi­mo lo avrebbe potuto ospitare in centrale per mostrargli «la professionalità del personale sommozzatore e le speciali at­trezzature a disposizione». Che Fini non avesse lo straccio di un permesso lo confermò anche Mario Tozzi, presiden­te del parco nazionale dell’ar­cipelago toscano («nessuno mi ha chiesto il permesso, lì non ci si può nemmeno fare il bagno, figuriamoci immerger­si con le bombole»). Il Coda­cons decise così di interessare la magistratura, ma sia il pm che il gip chiesero l’archivia­zione no­n ritenendo sussisten­te e documentata alcuna fattis­pecie penalmente rilevante. La terza sezione della Cassa­zione, però, il 4 ottobre ha ac­c­olto il ricorso del Codacons ri­conoscendolo «soggetto legit­timato » a sollecitare chiari­menti ed ha riaperto il procedi­mento, accogliendo le rimo­stranze dell’avvocato Giusep­pe Ursini che lamentava come il Codacons non fosse stato sentito dal gip come da proce­dura. Per questo motivo la cor­te di Cassazione ha annullato «senza rinvio il decreto impu­gnato » disponendo «di tra­smettere gli atti al pm per l’ulte­riore corso».