Casseforti di famiglia come cambia l'eredità

Polizze, nuda proprietà, no profit: così oggi gli italiani lasciano il patrimonio agli eredi. Che non sono solo i figli

Sono pochi gli ereditieri come Wang Sicong, figlio di Wang Jianlin, l'uomo più ricco della Cina e tra i 20 più ricchi del pianeta secondo Forbes. Wang junior non ha accettato l'eredità di Wang senior: sembra non si sentisse pronto a prendere le redini del colosso dell'edilizia cinese Wanda group, un impero da 30 miliardi di dollari. L'eredità comporta onori e oneri. A volte c'è qualcosa di troppo, o il patrimonio o le responsabilità oppure le tasse da pagare. Altre volte essa arriva nel momento sbagliato, come per Wang Sicong che a 28 anni preferisce sprecare i soldi piuttosto che farli fruttare.

Tra i comuni mortali non si fa torto alla volontà di chi fa testamento. Ma queste volontà stanno cambiando. C'è la crisi, i giovani fanno fatica a trovare lavoro e gli adulti a mantenerlo, e molti anziani si rendono conto che ai discendenti qualche soldo di eredità farebbe comodo subito. E c'è il progressivo diffondersi di una mentalità che nel Nord Europa e negli Stati Uniti è consolidata: sostenere fondazioni e Terzo settore che migliorino le condizioni di vita di tutti. È questa un'urgenza avvertita soprattutto da chi non ha figli, ma anche da chi si rende conto che non si può lasciare soltanto allo Stato sociale il compito di intervenire per colmare le disuguaglianze, per quel poco che si può fare.

Le necessità sono cambiate rispetto a tempo fa. Può verificarsi il caso di un costoso corso universitario o un master da finanziare, un'azienda innovativa da sostenere, l'acquisto di una casa per un figlio che si sposa, la volontà di «fare le parti» in famiglia evitando dispute future. Ma anche una lungodegenza gravosa, o il desiderio di aiutare enti di ricerca medica in memoria di congiunti portati via da malattie ancora incurabili. Molti si pongono anche un altro problema: i costi dell'eredità, soprattutto per le tasse. Con l'impoverimento di questi anni, il successore potrebbe trovarsi nella condizione di non avere la liquidità per soddisfare le richieste del fisco. L'esigenza è dunque di rendere disponibile una parte dei propri averi e riequilibrare quella differenza tra generazioni che oggi continua ad approfondirsi. Sempre meno l'eredità mantiene la veste tradizionale del patrimonio trasferito in famiglia dopo la morte. Non si tratta solo di aiutare finanziariamente figli o nipoti finché non si sistemano. La questione è spremere un rendimento il più possibile regolare dal patrimonio immobiliare, valutato complessivamente in cinquemila miliardi di euro e in mano, per il 60 per cento, a persone con più di 65 anni.

IL NODO DELLE TASSE

La tendenza si registra da tempo. Nel 2013 l'associazione Altroconsumo ha condotto fra 1.300 persone un'indagine sulle ultime volontà pubblicata poi nel marzo 2014 sul bimestrale Soldi & diritti. Per l'85 per cento degli intervistati è meglio dare i soldi ai figli quando ne hanno bisogno piuttosto che accumularli per lasciarli in eredità. Più del 60 per cento ritiene che gli eredi non debbano pagare tasse e che nemmeno il coniuge superstite dovrebbe pagare nulla. Il 55 per cento ritiene che un cittadino dovrebbe avere la libertà di lasciare tutta la propria eredità a chi vuole (anche se il 42 per cento difende la legge che impedisce di diseredare) e il 69 vorrebbe riconosciuto il diritto a trasferire quote maggiori del patrimonio ai figli che hanno curato i genitori rispetto agli altri. Un numero crescente di persone chiede di poter disporre come crede del patrimonio (denaro, gioielli, titoli, opere d'arte, immobili), nei tempi e nella destinazione, anche se la legge deve tutelare gli interessi dei familiari attraverso l'istituto della legittima che di fatto consente di fare uscire dal perimetro della famiglia soltanto una parte della ricchezza. Testamento e donazioni possono essere invalidati se danneggiano i legittimari. Un modo per aggirare queste disposizioni è stipulare una polizza vita (il cui premio è parzialmente deducibile) indicando come beneficiario una persona in particolare, che può essere un erede cui fare arrivare più soldi degli altri oppure un convivente. Le polizze assicurative non entrano tra i beni oggetto di successione, quindi consentono di evitare le relative tasse, e il beneficiario può essere scelto anche fuori della famiglia. Alla morte dell'intestatario le compagnie gli liquideranno il capitale entro un mese.

PRESTITO E IPOTECA

Lo strumento storico per smobilizzare parte del patrimonio destinato alla successione è quello della cessione della nuda proprietà di un immobile: il titolare vende il diritto reale e si tiene quello di abitazione. È un istituto previsto nel codice civile che soddisfa soprattutto chi non ha eredi ai quali lasciare l'immobile. Ma non è mai stato apprezzato per la difficoltà di stabilire il valore del bene: incidono l'età del venditore e il numero di usufruttuari oltre agli indicatori immobiliari, oggi alquanto incerti. Uno strumento più flessibile è il prestito vitalizio ipotecario, introdotto dal governo Berlusconi nel 2005 e aggiornato da Renzi nel 2015. Esso consente di ottenere una somma di denaro a fronte di un'ipoteca sulla casa senza l'obbligo di pagare rate di rimborso. Gli interessi vengono capitalizzati e rimborsati soltanto alla morte del sottoscrittore, quando gli eredi acquisiranno l'immobile e dovranno decidere se riscattarlo saldando il debito (anche con un mutuo), oppure lasciarlo alla banca che lo venderà, tratterrà quanto le spetta e verserà l'eccedenza agli eredi. Il proprietario (che deve avere almeno 60 anni) senza cedere i beni ottiene denaro che può usare come crede, mentre agli eredi è concessa una certa libertà nel decidere che fare. Il rischio è soprattutto a carico delle banche. A oggi un prestito vitalizio ipotecario viene concesso soltanto da quattro istituti: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Montepaschi e Popolare di Sondrio. Ma in molti si fa strada il bisogno di donare a iniziative benefiche, di ricerca scientifica, di assistenza, oppure la volontà di lasciare un segno di sé al di fuori della famiglia.

Il testamento solidale, come mette in luce una recente ricerca cui ha collaborato anche il Consiglio nazionale del Notariato, è un fenomeno in crescita: esso interessa il 14 per cento degli italiani (era il 9 nel 2012), in maggioranza donne, e soltanto il 29 per cento lo considera una «cosa da ricchi».

AIUTO AL NO PROFIT

Lo conferma il fatto che la maggioranza dei lasciti testamentari già effettuati (46 per cento dei casi) riguarda beni mobili di valore inferiore a 20mila euro. Soltanto il 16 per cento dei lasciti ha per oggetto immobili. «È un'inversione di tendenza rispetto al passato dice il notaio Gianluca Abbate, consigliere nazionale del Notariato con delega per il Terzo settore che però non ha ancora assunto il rilievo dei Paesi anglosassoni. Bisogna intervenire su vari fattori, il primo è culturale: contribuire al mondo No profit significa aiutare la collettività e ridurre la povertà sociale, e i lasciti solidali rappresentano la maggiore fonte di sostentamento per il Terzo settore e gli enti di pubblica utilità. Ma occorre intervenire anche sul versante normativo e fiscale. Negli ultimi anni qualcosa si è mosso ma bisogna avere più coraggio. Bisogna ridurre gli ostacoli normativi per i lasciti solidali e soprattutto offrire incentivi fiscali». Secondo il Rapporto sulla sussidiarietà 2014/15, il confronto fra Italia e Stati Uniti quanto a erogazioni a favore delle Onlus è impietoso: 700 milioni di euro da noi, 151,4 miliardi negli Usa. Esistono differenze culturali (molto legati alla famiglia in Europa, più aperti al mercato Oltreoceano) ma soprattutto fiscali: in Italia deduzioni e detrazioni sono ridicole, mentre in America le donazioni a organizzazioni qualificate (chiese, scuole, ospedali, centri ricerca, charity) possono essere dedotte fino al 50% del reddito complessivo del donatore. Si spiega anche così il fatto che le più ricche fondazioni benefiche del mondo siano state istituite da magnati come il finanziere George Soros e l'imprenditore Bill Gates.