Cassese: «C’è un vuoto nelle norme Tocca alla diplomazia muoversi»

L’ex presidente della Corte dell’Aja: «Dovrebbe agire la Farnesina»

Giuseppe Marino

«Siamo di fronte a un buco nero del diritto. E in un caso come questo tocca all'opinione pubblica farsi avanti». Antonio Cassese, docente di Diritto internazionale all'Università di Firenze, non trova appigli tra codici e trattati che permettano alla famiglia di Genova di farsi valere in un tribunale italiano o internazionale. Ma non per questo, lui che è stato primo presidente del Tribunale penale internazionale dell'Aja e ha ottenuto che l'Onu sottoponesse a quella corte i massacri del Darfur, è pronto a consegnare alla piccola Maria un biglietto di sola andata verso la Bielorussia.
Professore, dal punto di vista legale, questi genitori sono nel torto?
«L’amara conclusione è che non sono legittimati ad agire, non hanno potestà sulla bambina. Non credo che il Tribunale dei minori avrebbe potuto comportarsi in modo diverso. Trattenerla qui, per il diritto italiano è un reato».
Quindi i coniugi Giusto e Bornacin dovevano lasciare Maria al suo destino, non ci sono strumenti giuridici che potrebbero utilizzare?
«Mentre per i perseguitati politici esiste un diritto d’asilo, per le vittime di reati comuni, per quanto gravi, una possibilità analoga non è prevista da alcuna norma. Né la bambina potrebbe mai ottenere uno status di rifugiata. In teoria i genitori potrebbero rivolgersi alla giustizia interna bielorussa, sporgere una denuncia penale contro ignoti, chiedere che venga svolta un’investigazione. Ma la verità è che non hanno legittimazione a farlo, non possono accampare alcun diritto sulla bambina. E, oltretutto, tutti conosciamo la situazione interna della Bielorussia...».
L’idea di fare ricorso alla Corte europea dei diritti umani, a Strasburgo, non è applicabile?
«Purtroppo assolutamente no, e per una serie di ragioni. Innanzitutto la Bielorussia non è membro del Consiglio d’Europa, quindi sfugge alla giurisdizione della Corte. In più il ricorso a Strasburgo prevede che vengano prima esauriti tutti i gradi della giustizia interna. E solo se il diritto non viene riconosciuto dai tribunali nazionali, ci si può rivolgere alla Corte europea».
Non è un paradosso, un buco nero del diritto, il fatto che non esista una norma che tuteli la vita stessa di una bambina, mentre la vita di un adulto sì?
«In effetti è così, c’è un buco nero. Il diritto di fronte a queste situazioni è impotente. Non si è mai verificato un caso del genere, in cui in ballo c’è la vita di una minore, che oltretutto, evidentemente, non ha genitori a tutelarla e in più, sia pure indirettamente, è vittima del disastro di Chernobyl. Da un punto di vista che un tempo si sarebbe definito di “diritto naturale”, di principi che non sono mai stati tradotti in norme scritte, le cose cambiano. In gioco c’è il principio fondamentale del rispetto della persona umana».
Ma siamo sul già labile terreno del diritto internazionale e per di più di fronte a norme non scritte, dobbiamo concludere che è un caso senza speranza?
«Nel campo dei diritti umani, dove le norme non arrivano, deve intervenire l’opinione pubblica. I giornali come il vostro devono chiedere un intervento del governo. Un’azione diplomatica è possibile in un caso come questo. Oltretutto l’Italia ha svolto per anni un’azione umanitaria nei confronti di questi bambini. Credo che su un piano diplomatico, certamente con un’azione mirata, non di forza, potrebbe accampare dei crediti. Oltretutto, in questo caso, non si tratterebbe di ingerenza su reati di opinione, ma della collaborazione di un Paese nella tutela dei diritti di una bambina, che per varie ragioni finora sono stati calpestati. Credo proprio che il ministero degli Affari esteri potrebbe intervenire in questa situazione».