Cassette di sicurezza immuni dal rischio bail-in

Possono contenere anche denaro e non vengono toccate nel caso il gruppo vada in crisi

Onofrio Lopez

Le banche sono la cassaforte degli italiani non solo in senso figurato, ma anche materiale. Tra i servizi offerti dagli istituti di credito rientrano, infatti, le cassette di sicurezza e i depositi chiusi. Le prime sono vere e proprie casseforti all'interno dei caveau «noleggiate» dalla banca affinché il correntista possa depositarvi beni mobili di valore (come contanti, gioielli o opere d'arte). Il deposito chiuso è, invece, uno spazio comune, sempre all'interno di camere blindate, dove i clienti depositano i propri beni «sigillandoli».

La tutela della privacy e la sicurezza sono offerte a fronte del pagamento di un canone annuo o semestrale (talvolta anche trimestrale) e del premio di una polizza assicurativa. Il massimale di quest'ultima è generalmente fissato a 10mila euro. Per elevarlo o per estendere la copertura ad altri rischi si pagano cifre aggiuntive. Con meno di un migliaio di euro all'anno (per i depositi chiusi il costo è nell'ordine delle centinaia di euro) si possono dormire sonni tranquilli.

Non è un caso che le cassette di sicurezza, da sempre apprezzate da chi ha un patrimonio da tutelare (basti pensare al sollievo di non dover tenere gioielli di valore in casa con i tempi che corrono) siano sempre più apprezzate da quando c'è la tagliola del bail-in. Il loro numero in Italia è stimato superiore al milione. Premesso che il 95% del sistema bancario italiano è in buona salute e non corre rischi di risoluzione, va anche detto che non tutti - giustamente - apprezzano una legge che potenzialmente, oltre ad azionisti e obbligazionisti, per il salvataggio di un istituto può penalizzare i conti correnti con giacenze superiori a 100mila euro. Non è un mistero, pertanto, che nelle cassette di sicurezza sia depositato anche contante.

Quel contante è proprio l'obiettivo della voluntary disclosure «bis» che si concluderà il prossimo 31 luglio. Nel caso in cui nei periodi di imposta dal 2011 al 2015 siano state omesse dichiarazioni dei beni depositati nelle cassette di sicurezza oppure vi siano custoditi beni riportati in Italia con la precedente procedura di «collaborazione volontaria» di due anni fa eventualmente non andata a buon fine, occorrerà procedere all'autodenuncia. Alla presenza di un notaio si procederà all'elenco di ciò che è contenuto nella cassetta e lo si destinerà a un deposito vincolato nel caso di contanti e di altri valori al portatore inclusi i gioielli o a un amministratore fiduciario nel caso di beni non depositabili fino alla conclusione dell'iter. Nel caso il contenuto non sia stato denunciato in precedenza l'aliquota è del 35 per cento. Ovviamente il contribuente, tramite apposite dichiarazioni, può sempre dimostrare all'Agenzia delle Entrate che i beni custoditi provengano da redditi già tassati in precedenza. Giova ricordare che la titolarità di una cassetta, come quella di un conto corrente, è segnalata al Sistema di interscambio dati del Fisco.