La casta degli impuniti

Il calcio si è arreso e anche l’Italia sta alzando le mani. La procura di Roma li chiama terroristi. Ma anche questa volta hanno vinto. Il calcio è spento, sospeso, bruciato. È la legge degli ultrà, assoluta come sempre. Come domenica a Bergamo, quando hanno deciso di dire ai ventidue in campo: la festa è finita. Come in quel derby romano quando, evocando la morte di un bambino, una frottola, ordinarono a Totti e Oddo, voi non giocate. E tutti dissero: sissignore. Come tutte le volte che massacrano di botte qualcuno, che accoltellano, che sprangano, che fanno del loro trancio di stadio un feudo inespugnabile. Intoccabili, appunto. Anche questa volta. Lo Stato s’ingegna, minaccia provvedimenti straordinari: partite a porte chiuse, tornelli, biglietti nominativi, niente trasferte. Li indaga, come vandali, come teppisti, come bande armate, gruppi eversivi, che assaltano caserme e devastano città. Loro si riconoscono come ultrà, una casta che pretende di vivere ogni maledetta domenica, e in tutte le feste comandate del dio pallone, al di sopra di ogni legge. Tutto inutile: impuniti. Questi terroristi vogliono fermare il calcio. Sventolano un morto, ma hanno un solo obiettivo: affermare che contano, che hanno potere, che fanno paura, che nessuno li può zittire, ammanettare, cancellare o cacciare dal loro tempio. Non sono mercanti, ma qualcosa di peggio, rimasugli della storia, schegge fuori tempo di briganti e lanzichenecchi sbandati. Sono la cattiva nostalgia di una società tribale, con capi, sciamani e orde di guerrieri. Ma come sempre puntano ai soldi, ai privilegi, alle trasferte pagate dai presidenti, a quattro soldi d’identità e al sogno di annegare le frustrazioni nell’etica del facciamo casino. Fermare il calcio è la loro vittoria. È come dire al mondo: siamo vivi.
Sergio D’Elia, segretario della Camera dei Deputati ed ex di Prima Linea, sostiene: «È da irresponsabili parlare di terrorismo o, addirittura, di guerra civile in relazione al tifo violento». Ma la sua è una memoria tradita. È dimenticare o sottovalutare. Il terrorismo ormai non ha più bisogno di un’ideologia. Basta una piazza. O una curva. L’ebbrezza di un porto franco dove tutto è possibile, dove la violenza è legittima, dove la massa cancella la responsabilità penale, dove l’impunità è legge. È il terrorismo dei vandali, colorato di nichilismo. Ed è un modo come un altro per sentirsi onnipotenti.
L’Italia, con il volto di Giovanna Melandri, suggerisce: accontentiamoli. I padroni del calcio rispondono: così sia. Domenica i campionati di B e C resteranno al buio. Non si gioca. La serie A già riposava, pausa nazionale. Il calcio sgonfia il pallone e i terroristi brindano: siete tutti prigionieri. Le curve questa volta hanno messo al bando una nazione. Il cinismo di questa storia è che tutto avviene sul sangue di un ragazzo di 28 anni.
L’autogrill di Badia al Pino è lontano quasi quattrocento chilometri dal calcio, dall’ombra di San Siro, da una partita mai giocata. Tutto quello che è avvenuto lì è senza senso, un gruppetto di uomini che litiga, un poliziotto che spara, un proiettile che uccide, un ragazzo che muore. Gabriele Sandri era un commerciante, un dj, uno che gli amici chiamavano Gabbo, con i capelli rossi, gli occhiali scuri e tante ragazze. Era anche un tifoso della Lazio e domenica stava andando a Milano. Aveva in tasca un biglietto per vedere Rocchi e Ibra, Cambiasso e il vecchio Ballotta. La sua morte è una beffa del fato. Gabriele è il martire che la casta degli ultrà stava aspettando, da tempo. Da quando il poliziotto Raciti è stato ammazzato a Catania. E loro, gli intoccabili, si sono sentiti offesi, denigrati, perseguitati, caini, con tutte quelle leggi speciali a minacciare il loro regno, le frontiere dello stadio, l’inviolabilità della curva. Sangue contro sangue. Un morto per cancellare un morto. I tamburi battono e ribattono, e finalmente il morto arriva. Che tutto accada in un autogrill a 400 chilometri dallo stadio non importa. Le curve di questa Italia senza legge rispondono con una ola di violenza. Gli ultrà dimenticano casacche, rancori e bandiere: Juve, Milan, Inter, Livorno, Torino o Atalanta, Roma o Lazio sono solo parole vuote. È un blocco unico e indistinto che avanza. Odiano. Odiano la legge, il mondo, la vita che c’è fuori da uno stadio. Odiano il calcio e soprattutto i poliziotti. I nemici dei terroristi, in fondo, hanno sempre la stessa divisa.
Vittorio Macioce