La casta dei manager, superpagati e impuniti

Nessuno sa come e quando cesserà lo sconquasso, ma già sappiamo quale sarà la prima cosa da fare dopo: toccherà chiedere scusa a Mastella. A lui e a tutta quanta la nostra politica alle vongole, opportunista e furbetta, profittatrice e bottegaia, meglio nota ultimamente come casta.
Il cataclisma finanziario è servito almeno a questo, a ristabilire con maggiore attendibilità le gerarchie degli spudorati. Mastella e compagnia? Dilettanti. Piccola gente, senza slanci e senza ambizioni, che s’è sempre accontentata di prendere un aereo statale per andarsi a vedere il gran premio di Monza, o di piazzare un cognato nell’azienda sanitaria, o di scroccare quattro biglietti per Roma-Lazio. Patetici. Si mettano velocemente da parte e imparino l'arte. Eccoli qui, i veri talenti del ramo: i manager d’alto bordo.
Tutto in poche ore. Mentre le imprese bancarie colano inesorabilmente a picco, emergono prepotentemente le imprese titaniche di questa classe dirigente molto particolare, da sempre abilissima a mimetizzarsi, a defilarsi, a volatilizzarsi, senza mai dare nell’occhio e senza mai sollevare fastidiose attenzioni. Adesso però nessuno può più nascondere niente, e lo spettacolo appare in tutta la sua inimmaginabile grandiosità.
Primi, da oscar, premio «senza vergogna» alla carriera, i manager dell’Aig, colosso assicurativo testè rianimato con 85 miliardi di dollari sborsati dai contribuenti americani. Mentre pensionati e massaie versavano l’obolo per salvare il salvabile, i cervelloni dell'azienda spendevano 440mila dollari di fondi aziendali per pagarsi il soggiorno premio in un lussuoso resort della California. Povere gioie, avevano bisogno di depurarsi dagli stress, in un tripudio di massaggi orientali, banchetti notturni e tutto quanto il resto.
Poi non dovremmo chiedere scusa a Mastella. Questi, sono i veri fenomeni. Come Giotto e Beethoven, non conoscono il senso del limite. In un libro di Gianni Dragoni e Giorgio Meletti, «La paga dei padroni», si raccontano funambolismi da non credere. C’è il caso di Bob Nardelli, capo della Home Depot, gigante Usa nella vendita di elettrodomestici. Quest’uomo, da solo, negli ultimi sei anni ha guadagnato 124 milioni di dollari. Alla fine, quando gli azionisti si sono accorti che i risultati non erano esattamente adeguati allo stipendio, se n'è dovuto andare, previo versamento di 210 milioni di dollari alla voce liquidazione. Totale: 334 milioni di dollari, più di 200 milioni di euro, 400 miliardi del vecchio conio, per sei anni di lavoro coronati da un mezzo disastro. È o non è da rincorrere con una mazza da baseball?
Viaggiando in mezzo a tante nefandezze, mi accorgo che una cosa va specificata: il senso di scandalo non sta tanto nelle cifre, quanto nel rapporto tra queste cifre e i risultati finali, oggigiorno miseramente sotto gli occhi di chiunque. Nessuno, a parte Diliberto, avrebbe molto da ridire se tu, supermanager che non dormi la notte, fai volare la tua impresa e arricchisci noi risparmiatori. Siamo disposti a chiudere un occhio sulla mostruosità del tuo stipendio, se ogni anno ci delizi con un megadividendo. Se le nostre azioni e le nostre obbligazioni, a primavera, germogliano come il ciliegio. Sono regole del gioco che siamo disposti ad accettare. Non a caso, è proprio quello che lo stesso Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit, s’è sentito in dovere di rivendicare durante un recente convegno: «Anche mia madre - ha detto - quando legge le cifre del mio stipendio mi chiama per lamentarsi. Dice che guadagno troppo. Ma se affrontiamo queste problematiche in modo populista, non avremmo aziende che crescono e che creano ricchezza».
Discorso magnifico. Parla come un libro stampato. Però, anche senza affrontare queste problematiche in modo populista, permetterà che adesso un po’ ci girino le nacchere. Risulta che al figlio della signora Profumo l’azienda Unicredit abbia versato nel 2007 una paga di 9 milioni 426mila euro. Nessuno si affatichi, la conversione la faccio io: in volgarissime lire, 18 miliardi. Un miliardo e mezzo al mese. Cinquanta milioni al giorno. Ecco, sarà populistico, ma adesso qualcuno si chiede inevitabilmente la stessa cosa: 50 milioni al giorno per fare che? Per ridurre la nostra banca più importante in queste condizioni? Per chiedere agli azionisti di ripompare denaro fresco? Per sfilare col cappello in mano davanti al governo? E nei momenti torridi del collasso, le grandi mosse strategiche: il giorno prima ammette i suoi errori - sopravvalutato questo, sottovalutato quest’altro -, il giorno dopo inoltra la lista dei licenziati. Amico Profumo, se lo lasci dire da un correntista Unicredit della prima ora: buoni tutti.
C'è poco da sottilizzare, nessuno qui ha l’anello al naso: se sembrava giusto e sacrosanto rivendicare nei momenti dell’euforia il trattamento cinque stelle, adesso - come minimo - dovrebbero restituire almeno la metà. Persino Recoba, ad un certo punto, s’è sentito in dovere di tagliarsi lo stipendio che la Banca Moratti gli versava inutilmente da anni.
Noi piccoli risparmiatori però abbiamo perso qualsiasi fiducia in questi nostri manager. I successi hanno tanti padri, le sconfitte sono sempre figlie di nessuno: qualcosa ci dice che nessuno si taglierà niente. Inutile illudersi. Hanno vinto loro. E sappiamo anche come andrà a finire: presto, ci racconteranno quanto li ha aiutati rifugiarsi nell’intimità dei loro casali, immersi nel verde, a contatto con la natura, sveglia presto e concimazione broccoli, lontano dalle chimere del successo e dei facili guadagni. Ci spiegheranno il fascino di una vita austera. Noi dovremo pure starli ad ascoltare.