«La casta dei politici è lontana dalla gente»

ualche volta certi colloqui televisivi, come quello che ho fatto alle 7 del mattino da Telegenova con elettori liguri-lombardi, rivelano, proprio per la semplicità degli interventi, quanto profondo sia ormai il distacco, anche quello di un politico come me (stagionato ma atipico), dalla gente comune. Questo ormai dipende anche dal fatto che gli uomini politici (quelli tipici) sono abituati a parlare agli «altri» e non a sentire parlare gli elettori. Fanno la predica agli «altri» ma non amano farsi fare la predica dagli «altri».
Non dialogano che con se stessi e finiscono così nell’isolarsi come una casta indiana.
Anche se appartengono a partiti popolari perdono contatto con il popolo. Governano, amministrano una Nazione di cui conoscono sempre meno i sentimenti e le necessità. Così ciò che appare, a grandi titoli nei giornali, le polemiche che ne nascono, le animosità che ne derivano, sono visti dalla gente come logomachie, come espressioni di una recita politica con i ruoli prefissati come nella commedia dell’arte. Questa sensazione, che rischia di mutarsi in convinzione, nasce da tutta una serie di motivi, di disattenzione, di presunzione che sarebbe inutile enumerare, ma la causa principale, a mio avviso, sta nel non essere riusciti (nonostante i grandi elementi mediatici), e forse proprio per questo, a far giungere ai «governati» la voce dei «governanti», una voce che dovrebbe essere chiara e distinta tanto da parte del Governo, quando dell’Opposizione.
Nel distacco della gente c’è la rivendicazione (forse un po’ tardiva) di un diritto dimenticato, quello di conoscere, nei termini reali, l’entità e la complessità di problemi che esistono, per consentirne la valutazione, non propagandistica ma reale ed effettiva, delle possibili soluzioni.
Il Parlamento è pletorico? Perché ci si è opposti con un referendum sulla prevista riduzione dei parlamentari? Due Camere legislative che replicano gli stessi riti sono superflue ed incompatibili per la sveltimento della procedura legislativa?
Allora perché si è demonizzata la soluzione della differenziazione tra Camera dei Deputati e Senato nelle regioni? Il Presidente del Consiglio non ha poteri sufficienti per imprimere una direzione univoca al suo Governo ed ai suoi innumerevoli ministri, vice ministri, sottosegretari (ed alle loro rispettive corti)?
Ed allora perché, nel nome della intangibilità di una Costituzione, che viene sempre evocata salvo poi disattenderne i valori ed i principi, si è impedita una riforma adeguata?
Se si ponessero con serietà argomentativa, questi interrogativi alla gente, se chi ha sbagliato ammettesse di avere, in buona fede, compiuto l’errore senza celarsi implicitamente a chi ne piange gli effetti; se non fossero esistiti i contorcimenti politici ma si fosse cercato di rispondere in modo esauriente e documentato a questi interrogativi, non tutto il discredito che avvolge tutto e tutti, potrebbe essere, se non eliminato, almeno attutito e si potrebbero affrontare le difficoltà reali che esistono trovando l’appoggio di chi è d’accordo sulla loro soluzione, o invece la critica motivata senza che si determini, in entrambi i casi, la insofferenza di chi, deluso, si chiude in se stesso, nel proprio «particulare» perché «tanto sono tutti uguali», perché la «casta non è casta» perché predicano bene (chi lo sente) e razzolano male, tutti!
Ristabilire un rapporto di fiducia non è facile, in questo momento, ma è proprio quando le cose sono difficili che una classe politica dimostra di capire e di farsi capire.
*senatore di Forza Italia