La casta diserta i controlli antidroga In pista c’erano solo 28 onorevoli

RomaIl Palazzo si fa l’antidoping. L’onorevole corsa a lasciar ciocche di capelli e gocce di urina per dimostrare che il Parlamento è pulito è in punta di piedi, fa poco rumore. Assoluto rispetto della privacy nei locali adibiti al narcotest. Nella pancia di Montecitorio c’è una saletta accanto all’infermeria. «Sala prelievi», recita il cartello rosso fuori della porta oltre la quale alcuni medici del Sert attendono i deputati volenterosi. Bocche cucite sugli esaminati: non certo un via vai, complice una seduta semideserta. Meglio è andata in via delle Mercede, due passi da palazzo Chigi, dove il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla droga Carlo Giovanardi ha adibito alcune stanze per l’operazione «Camere pulite». In totale 28 parlamentari testati. Pochini. A vincere la corsa, in termini di sprint, è stata la deputata del Pd Luciana Pedoto, «in pista» alle 8 e 30 del mattino. Minime le possibilità di barare: «Ho dovuto fare le urine accompagnata da una dottoressa che ha controllato che fossero davvero le mie». Libera scelta se fare soltanto l’esame delle urine, soltanto quello del capello, oppure entrambi. Con il primo si verifica se si è fatto uso di sostanze stupefacenti qualche giorno prima. Una boccata di hashish o una sniffata di cocaina il mese precedente e la si passa liscia. Con la zazzera non c’è storia: il capello trattiene tutto e, a seconda della lunghezza, si può risalire alla vita tossica delle persone, fino a mesi, anni, addietro. L’onorevole democratica non s’è fatta intimidire dal colpo di forbici e zac: via la prima ciocca. C’è rimasta un po’ male perché «Pensavo che asportassero un capello invece mi hanno tolto un ciuffo intero dalla nuca. Un mezzo choc». Non che le manchino, i capelli, visto che la Pedoto sfoggia una chioma nero corvino, ma l’estetica è l’estetica. Stesso malumore pure per gli uomini. Un altro che non l’ha presa bene è il senatore Raffaele Lauro, Pdl, uno dei parlamentari più pro-test. Racconta: «L’unico neo? Mi hanno conciato mica male: porto i capelli cortissimi e ora in testa ho un campo da bocce. Domani tocca raparmi a zero». Al di là dell’impatto-capigliatura, Lauro vorrebbe estendere l’esame ad altri soggetti, con regole più ferree: «Ho depositato in Senato un disegno di legge: narcotest a tutti gli eletti, non solo in Parlamento ma anche nei consigli regionali, provinciali e comunali; esame anche agli esponenti del governo e a tutti i componenti delle giunte; certificato che attesta il non uso di sostanze stupefacenti esibito al presidente dell’Assemblea; test ob-bli-ga-to-rio, e non volontario, da fare annualmente o semestralmente». Praticamente impossibile barare facendolo dopo un bel po’ di tempo di astinenza. Non solo: per rendere le maglie ancora più strette, test random, a campione. «La sanzione? Rendere pubblico l’attestato che si è positivi».
La maggior parte dei favorevoli al narcotest lo è anche per dimostrare che il Palazzo non è un covo di malfattori, come l’opinione pubblica tende a credere. Lo dice Lauro: «A leggere i giornali siamo tutti sfaccendati, drogati, mezzi delinquenti». Lo sottoscrive Gabriella Carlucci (Pdl), già testata: «C’è troppa sfiducia nei confronti della politica, ben venga il test. Eppoi sono fautrice del proibizionismo». Le fa eco Annagrazia Calabria (Pdl), la più giovane deputata eletta: «Ho già preso appuntamento, lo dovrebbe fare chiunque ha delle responsabilità: medici, piloti, magistrati, controllori di volo». Un sì decisamente bipartisan. Tra i più favorevoli quelli dell’Udc, Pier Ferdinando Casini in testa. A contestare le ragioni dei contrari, il centrista Roberto Rao: «Chi non lo fa dice che è umiliante. Dicevano la stessa cosa per le impronte digitali. Risultato: il poco edificante spettacolo dei pianisti è finito, se Dio vuole».
Trasversale pure il nutrito fronte del «no» che va da Fabrizio Cicchitto e Margherita Boniver (Pdl), fino a Luciano Violante (Pd): «Non ne ho bisogno per dimostrare che sono pulito».