La casta del manifesto: ecco chi sono i firmatari collezionisti di poltrone

Da Cerchiai a Malavasi, gli estensori del Progetto per le Imprese ricoprono troppi "incarichi incrociati". Così perdono credibilità. L'avvocato Mussari, per esempio, è al vertice dell'Abi e presidente Mps, ma siede anche all'Axa. Il capo di Confesercenti, Marco Venturi, è anche nel cda della "rossa" Unipol"

Fa impressione scorrere le dimensioni della «base» imprenditoriale a cui fa riferimento il manifesto programmatico presentato ieri e realizzare che i suoi grandi firmatari passano gran parte del loro tempo nei consigli d'amministrazione di società quotate e no, banche e assicurazioni. A cui, a torto o a ragione, viene spesso addebitata buona parte della creazione delle condizioni finanziarie che hanno portato a questa crisi.

La sola Confindustria raggruppa 146mila imprese con quasi 5 milioni e mezzo di addetti. Le società cooperative, raggruppate nell'Alleanza che riunisce quelle rosse e quelle bianche, valgono 1.200 lavoratori e ben 12 milioni di soci. Mentre il colosso di Rete Imprese Italia è un network di commercianti e artigiani di ogni colore politico cui fanno riferimento altri 15 milioni di lavoratori. Il settore terziario è completato da banche e assicurazioni, che valgono altri 400mila dipendenti. Insomma, si sta parlando di 33 milioni di persone, produttive, operative, responsabili della parte preponderante del Pil nazionale. In pratica resta fuori dal giro «solo» il mondo agricolo, l'economia primaria dimenticata.

Allora si può partire proprio da qui, dalla poca attrattività del mondo agricolo (la cui filiera vale il 20% del Pil) presso le grandi occasioni mediatiche, per cogliere un primo elemento di lontananza tra un testo economico-politico e la realtà di milioni di famiglie a cui, peraltro, quel testo fa riferimento nel presentare istanze e proposte.

Ma chi sono i signori della Santa Alleanza Banche-imprese-artigiani? A guardare nei loro curriculum si fa fatica a non sentire un po' di sapore di casta, a intuire l'incedere dei bramini dell'economia tra un consiglio d'amministrazione e l'altro, a cogliere un senso di assuefazione ai gangli del potere (e ai gettoni di presenza). Tutta roba che, a occhio, pare un po' distante assai dalla base di 5 milioni di imprenditori o altri 15 tra artigiani e commercianti.

Emma Marcegaglia, presidente degli industriali, di cda ne ha sempre frequentati tanti: da Bracco a Indesit, da Gabetti a quelli di varie società del gruppo di famiglia nella quale è cresciuta. Così l'avvocato Mussari, capo dell'Abi e presidente del Monte dei Paschi, da queste vesti si tira dietro molti altri incarichi (dalla Fondazione Rosselli, alle assicurazioni Axa, a società del gruppo Mps). Fabio Cerchiai, in rappresentanza delle compagnie assicurative, si deve dividere tra la presidenza di Atlantia, quella di Autostrade, quella di Arca Vita e del Cerved; mentre siede nei cda della Edizione dei Benetton, di Impregilo e di Veneto Banca.

Ivan Malavasi, gran capo della Cna (gli artigiani più «rossi») e Marco Venturi presidente di Confesercenti (anch'essi col cuore che batte a sinistra) si ritrovano - non a caso - nei consigli d'amministrazione di Unipol, compagnia assicurativa controllata dalle coop «rosse». Mentre Giorgio Guerini della Confartigianato è anche vicepresidente di una Banca, quella dell'Etruria, nota alle cronache anche per recenti problemi di patrimonializzazione.

E infine Carlo Sangalli, numero uno dei commercianti per i quali è da vent'anni in prima linea a Milano, siede nel cda della Mondadori, della Popolare Commercio & Industria e della Fondazione Fiera. Non ce ne vogliano questi signori, dei quali non è in discussione la serietà e la passione con la quale, nel settore privato, si dedicano alle attività associative che, per definizione, si sommano agli impegni professionali originari. Così come non si può mettere in dubbio che, proprio in forza dell'esperienza associativa, il loro contributo professionale sia apprezzato e richiesto. Ciò nondimeno resta qualcosa di stonato e di ridondante nell'elenco (ancorché sintetico) dei troppi incarichi ricoperti. Come se non ci fossero altre personalità e altri profili in grado di occuparne qualcuno aumentando il grado di diversificazione. E rendendo più credibile le battaglie condotte in nome della «base».