Castellaneta, Milano nella penna

All'inizio degli anni '50, prima di fare il correttore di bozze alla Mondadori e di esordire in seguito come romanziere, Carlo Castellaneta aveva lavorato in alcune gallerie nei dintorni di Brera. Quell'esperienza, e la successiva frequentazione dei pittori della scena postcubista e tardoinformale, avevano lasciato una traccia profonda nell'attività di questo scrittore nato a Milano nel 1930 e scomparso ieri a Palmanova, in Friuli, la regione in cui aveva deciso di trascorrere i suoi ultimi anni senza sentire troppa nostalgia della città ambrosiana e dei suoi abitanti, perché in fondo, come amava ripetere, «l'essenzialità dei friulani è simile a quella dei milanesi, cioè priva di orpelli retorici». Spesso i romanzi di Castellaneta, anche quando narravano vicende autobiografiche, avevano la fisionomia dell'affresco, dell'opera ampia in cui si ricapitola un luogo e un tempo. Affreschi dinamici, palpitanti e sensuali (come certi dipinti di Bruno Cassinari, dei quali era stato uno dei più acuti interpreti), in cui rievocare la Milano degli anarchici del secondo dopoguerra (in La Paloma, pubblicato nel 1972 a ridosso e del caso Pinelli), o ancor prima quella della Repubblica di Salò (in Notti e nebbie, uno dei suoi maggiori successi, uscito nel 1975 e poi trasformato in sceneggiato televisivo da Marco Tullio Giordana) o quella di fine '800 (in Villa di delizia del 1965). Castellaneta li realizzava con il piglio del cronista, del narratore dotato di un talento giornalistico che traspariva per esempio dai suoi articoli sul Corriere della sera. Ai suoi scritti attribuiva innanzitutto «un valore di testimonianza», senza però trascurare «il giusto risultato poetico» espresso in uno stile il più possibile «semplice ed elegante». È superfluo forse aggiungere che, per certi critici, tutto ciò significava assenza di ricerca sul linguaggio e modesta qualità letteraria. Ma a Castellaneta il giudizio degli addetti ai lavori non sembrava importare granché: il successo in fondo lo aveva ottenuto anche senza assomigliare a Umberto Eco, di cui stigmatizzava le trame simili a «scatole di montaggio», o emulare Gadda, che considerava un grande sperimentatore, però troppo affascinato dal «misticismo della parola». Per lui invece era fondamentale «far percepire i tormenti dei personaggi, far sentire l'odore dell'aria che respirano», e bisogna ammettere che nei suoi vividi, coinvolgenti affreschi ci riusciva benissimo.
La scomparsa di Castellaneta non ha lasciato indifferenti i rappresentanti delle istituzioni milanesi. Per il presidente Roberto Maroni e l'assessore Cristina Cappellini «il mondo della cultura perde uno dei più grandi autori lombardi». Nella sua nota di cordoglio il sindaco Giuliano Pisapia sottolinea che lo scrittore, già direttore del Museo teatrale della Scala e vincitore di un Ambrogino d'oro nel 1977, «ha raccontato nelle sue pagine l'amore per Milano descrivendo luoghi e caratteristiche che ancora oggi possiamo riconoscere».