Castelli: carceri fantasma? L’unica soluzione è il leasing

L’ex ministro della Giustizia accusa le attuali norme: "Per costruire nuove prigioni servirebbero 20 anni"

da Roma

Si sente punto sul vivo dall’inchiesta del Giornale sulle carceri vuote, il senatore leghista Roberto Castelli. E l’ex ministro della Giustizia vuole «ristabilire la verità», come dice lui.
Di questi penitenziari-fantasma si è occupato quando era a Via Arenula?
«C’era poco da fare, perché per lo più si tratta delle piccole case mandamentali, nate negli anni ’50-60 per ospitare al massimo 40-50 detenuti ognuna. Una scelta che si è subito rivelata sbagliata, perché le strutture erano ingestibili e antieconomiche. Il numero degli agenti penitenziari sotto a un certo livello non può scendere e così ci si sarebbe trovati con almeno 30-35 agenti per un gruppo piccolissimo di detenuti».
E allora, che cos’è successo?
«Sono stati dismessi e affidati ai Comuni, di cui sono proprietà almeno dagli anni ’80. Alcuni vi hanno creato centri per rom, extracomunitari, senzatetto. Altri, li hanno abbandonati. Ma sono tutte strutture che il ministero della Giustizia non ha più in carico».
Eppure, dopo la nostra inchiesta il Guardasigilli Mastella ha chiesto al Dap una relazione sui penitenziari vuoti.
«Qui non c’entra Mastella o Castelli. Il problema delle carceri risale al fatto che negli anni ’90 non se ne è programmata nessuna. E con le attuali procedure per costruirne di nuove ci vogliono 15-20 anni».
Perché tanto tempo?
«Perché la costruzione dei penitenziari non dipende dal ministero della Giustizia, come dovrebbe, ma da quello dei Lavori Pubblici oggi Infrastrutture. Il meccanismo è molto farraginoso e per questo ho cercato vie alternative».
Quali?
«La migliore, per me, è quella del leasing, che avrebbe permesso la costruzione di carceri in 5-6 anni. Avevo trovato uno stanziamento di 89 milioni di euro per una gara europea: le banche si sarebbero occupate, attraverso società di costruzioni, di creare i penitenziari e poi li avrebbero offerti in leasing allo Stato. Ma l’Ance, non ho mai capito perché, ci ha fatto una guerra senza quartiere ed è riuscita a bloccare tutto. L’associazione nazionale dei costruttori ha fatto un ricorso al Tar e l’ha perso, un altro al Garante della Concorrenza e l’ha perso, ma ora ne ha uno pendente a livello europeo».
Strada sbarrata, comunque. Ce n’era un’altra?
«Quella della società privata Dike Edifica che doveva costruire penitenziari utilizzando i fondi che la Patrimoni Spa, società del tesoro, realizzava vendendo penitenziari dismessibili. Avevo preso accordi a livello locale per il San Vittore di Milano, il Regina Coeli di Roma, il carcere di Favignana che doveva diventare un museo. Poi, ecco le difficoltà. Il governo è cambiato e Mastella ha chiuso la Dike. Malgrado un ordine del giorno del Senato, dell’estate 2006, raccomandasse di andare avanti in questa direzione».
Insomma, la situazione sembra bloccata e le nuove carceri necessarie per far fronte al sovraffollamento dei detenuti, non si riescono a costruire.
«Comunque, questa è la strada giusta. Non certo quella di riaprire vecchie strutture che non sono state costruite secondo le esigenze di oggi. Quello di Gragnano di cui avete scritto, ad esempio, è in un luogo pieno di caverne di tufo, con pericolose vie d’accesso. Ho dovuto chiuderlo. Mentre sul carcere di Ancona avete parzialmente ragione: ho preteso che lo aprissero, ma purtroppo c’è un contenzioso con i Lavori Pubblici».