Castelli: «È iniziata la dittatura della sinistra»

Anche Pera gli fa visita in cella: «L’hanno trattato come un mostro, ha subito una gogna mediatica senza precedenti». Bianco (Margherita): «La giustizia ha fatto il suo corso»

Anna Maria Greco

da Roma

Rispetto e solidarietà dagli amici della Casa delle libertà, nessun «compiacimento» ma la sottolineatura della gravità del reato per il quale è stato condannato da parte degli avversari del centrosinistra. Cesare Previti si dimette da parlamentare ed entra in prigione, lasciandosi dietro una scia di polemiche avvelenate sulla sua vicenda giudiziaria.
Condanna «politica», gridano gli azzurri Fabrizio Cicchitto, Antonio Tajani e Isabella Bertolini. «Un atto di profonda ingiustizia», incalza il presidente dei senatori di Fi, Renato Schifani. Mentre Silvio Berlusconi, alle domande dei giornalisti, oppone per ora un secco «no comment».
Per l’Unione, invece, «la giustizia ha fatto il suo corso», come dice Enzo Bianco della Margherita, e bisogna rispettare le sentenze della magistratura, senza attacchi e strumentalizzazioni.
Del verdetto definitivo prende atto il ministro della Giustizia. Ma come uomo Roberto Castelli esprime solidarietà a Previti e si augura che il magistrato di sorveglianza gli conceda gli arresti domiciliari. Poi, lancia parole pesanti come pietre: «Questa sentenza non aggiunge nulla al regime rosso che ormai si sta prefigurando in maniera assolutamente chiara. Credo che sia l'inizio di una dittatura di sinistra che prescinda da questa sentenza». Il Verde Paolo Cento gli replica subito che non di regime si tratta, ma di giustizia «uguale per tutti». Coloro che hanno battezzato la legge ex-Cirielli come «salvaPreviti», risponde il vicecoordinatore di Fi Cicchitto, riconoscano almeno adesso di essere stati dei «consapevoli falsari, per di più privi di ogni onestà intellettuale».
Nella piccola cella di Rebibbia Previti riceve intanto Marcello Pera. Dopo la visita notturna nel suo studio romano, subito dopo la notizia della sentenza, degli azzurri Sandro Bondi, Elio Vito, Luigi Grillo e Denis Verdini, e le telefonate mattutine del ministro Enrico La Loggia e di altri parlamentari, è lui il primo esponente della Cdl che incontra l’ex ministro non più da uomo libero. «Lo hanno trattato come un mostro», commenta l’ex presidente del Senato. Ha espresso la sua solidarietà «ad un vecchio amico che ha passato più di 10 anni di calvario e che ha subìto una gogna mediatica che non ha precedenti». Come lo ha trovato? «Il Cesare di sempre, sicuro di sé e delle sue ragioni».
«Sereno, sorridente e a testa alta», lo descrive anche l'europarlamentare di Fi Tajani, che è andato a trovarlo con il senatore Giulio Marini. «Abbiamo parlato della sua famiglia, fatto qualche battuta anche sulla sua squadra del cuore, la Lazio». Di «grande dignità» parlano l’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga e il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni. «Onore e merito», da parte del capogruppo di An alla Camera Ignazio La Russa, per il modo in cui Previti «sta reagendo, nei confronti di quello che lui giudica un torto subito». La decisione di dimettersi? «Un gesto di coerenza da parte di una persona colpita da una sentenza legittima ma criticabile, profondamente ingiusta».
Non è così per Franco Monaco della Margherita. «Non provo nessun compiacimento - premette - alla notizia della condanna al carcere di una persona. Certo, la verità giudiziaria, che non è mai la verità con la V maiuscola, ma è comunque quella alla quale ci dobbiamo attenere prendendola per buona, ha certificato un reato tra i più gravi e inquietanti per uno stato di diritto e per una comunità civile ordinata. Quello, appunto, della corruzione dei magistrati. Un reato la cui gravità è acuita dalla circostanza che esso sia stato commesso da un ex ministro della Repubblica».
Va oltre Antonio Di Pietro, leader di Italia dei Valori, rivolgendosi agli alleati dell’Unione. «La sentenza su Previti pone una seria questione sul piano politico ed istituzionale: la Cassazione oggi ci ha confermato che per 5 anni abbiamo avuto un presidente del Consiglio, Berlusconi, che assoldava persone con il compito di corrompere giudici». Reagisce subito Niccolò Ghedini, senatore di Fi e avvocato del premier: «Soltanto l'immunità parlamentare può salvare Di Pietro dalla diffamazione commessa nei confronti del presidente Berlusconi».