Castelli nega la grazia a Sofri: «Ha scontato poco carcere»

Secondo il ministro mancano i requisiti per la clemenza: «Ho deciso da solo e ne rispondo alla mia coscienza. Bossi ha capito le mie motivazioni». Ma Ciampi notifica il ricorso

Stefano Zurlo

da Milano

Un breve comunicato prende tutti in contropiede e chiude, almeno per ora, la partita della clemenza per Adriano Sofri. «Il ministro e gli uffici competenti - sono le parole di Roberto Castelli - hanno concluso l’esame del fascicolo relativo al detenuto Adriano Sofri. Sulla base delle precedenti proposte di grazia avanzate al presidente della Repubblica e istruite su una prassi consolidata, il ministro è giunto alla decisione di non avanzare la proposta di grazia in quanto allo stato non sussistono tutte le condizioni richieste dalla prassi sopra richiamata. Si fa presente - è la conclusione - che attualmente Sofri è completamente libero, in quanto la pena gli è stata sospesa, e non sussiste nessun elemento negativo per la sua completa guarigione che il ministro, così come tutti, auspica».
«Deciderò entro una settimana», aveva detto a fine novembre Castelli in un’intervista al Giornale. In realtà l’attesa è durata qualche giorno in più. Il tempo di studiare vecchi dossier di carcerati malati in cerca di clemenza, paragonarli con il caso Sofri, e valutare il quadro clinico dell’ex leader di Lotta continua. Sofri è ricoverato all’ospedale Santa Chiara di Pisa, dopo la rottura dell’esofago. La sua ripresa si annuncia lunga, difficile, complessa. Ma evidentemente questo non è bastato per dare il via al perdono. Sulla bilancia personale di Castelli hanno pesato altri elementi; per esempio la circostanza, peraltro automatica in situazioni del genere, che la pena sia stata sospesa dal magistrato di sorveglianza a causa della malattia. Insomma, il ministro non ha fatto un’analisi di tipo politico e nemmeno ha misurato l’abisso che separa il Sofri degli anni Settanta da quello di oggi. Si è invece «arrovellato», per usare una sua espressione, sul profilo del detenuto Sofri. È lui stesso a chiarirlo nel pomeriggio nel corso del programma di Raidue Dieci minuti: «La persona cui viene concessa la grazia deve avere certe caratteristiche. Ad esempio deve avere scontato un certo numero di anni. Gli anni che ha scontato Sofri», circa nove, «non sono ancora sufficienti. Non è che Sofri non sarà mai passibile di grazia ma lo sarà fra qualche anno».
Per ora e fino al 28 maggio la pena è congelata e al calendario si ancora Castelli: «A quella data chi avrà l’onore e l’onere di essere ministro della Giustizia deciderà. Non voglio guardare negli occhi quei detenuti anonimi e sfortunati che hanno ricevuto un diniego. Non capirebbero perché ad Adriano Sofri sì e a loro no». Insomma, il ministro sembra consegnare idealmente il testimone pieno di spine al suo successore, chiunque sia. E rivendica l’amaro calice della scelta bevuto in perfetta solitudine: «Io rispondo solo alla mia coscienza. Bossi - dice riferendosi alle aperture del leader leghista - ha capito le mie motivazioni».
L’avvocato Alessandro Gamberini, difensore di Sofri, la prende con sarcasmo: «La notizia è un buon auspicio. Data la sensibilità di Castelli, se gli concedeva la grazia voleva dire che Sofri stava morendo». Il suo collega Ezio Menzione, difensore di Ovidio Bompressi, è più esplicito: «Castelli sbaglia nel ritenere che la grazia debba debba essere concessa solo in articulo mortis». Lui, Bompressi, si aspettava il peggio: «Non rimango granché sorpreso: le dichiarazioni del ministro si commentano da sole».
Proprio Bompressi e il suo dossier tornano ora al centro dell’attenzione. Da mesi è in corso un braccio di ferro fra il ministro della Giustizia e il presidente della Repubblica: Carlo Azeglio Ciampi vorrebbe dare almeno a lui, ritenuto il killer del commissario Luigi Calabresi, la grazia, ma Castelli si oppone. Ciampi ha sollevato un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta, ora il suo ricorso è stato notificato a Castelli: nei prossimi mesi la Consulta, nelle vesti di arbitro, scioglierà il nodo. E dirà una volta per tutte se il capo dello Stato può firmare un provvedimento di clemenza anche contro il parere del guardasigilli.