Castelli, il piatto forte è servito sulle maioliche

GIOVANNI ANTONUCCI «Le maioliche di Castelli dal Rinascimento al Neoclassicismo» (fino al 17 luglio al Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara), è una mostra antologica che, a prima vista, sembra rivolta agli specialisti. In realtà, piace moltissimo al pubblico, coinvolto dalle linee e dai colori di oggetti di grande bellezza. Curata da Vincenzo de Pompeis e Franco Battistella, coniuga il rigore scientifico e nuove acquisizioni critiche con un allestimento di grande fascino.
Castelli è dal Seicento al primo Ottocento la capitale italiana dell’arte della maiolica, nota quest’ultima anche con il nome di faience da Faenza, che ne era stata nel ’400 e soprattutto nel ’500, con la dinastia dei Pirrotta, il centro propulsore. Botteghe di grande prestigio erano sorte anche a Siena, Firenze, Orvieto, Pesaro, Deruta, Gubbio, Urbino. Castelli, peraltro, comincia ad avere un ruolo nella maiolica già nel ’500. Lo dimostra soprattutto un capolavoro, ispirato alla pittura del Rinascimento, come il pannello maiolicato del soffitto della Chiesa di San Donato, composto da 50 mattoni. Ma la grande storia della maiolica a Castelli è del secolo successivo, quando dal Rinascimento, caratterizzato da maioliche dallo smalto bianco e da un rigoroso linearismo, si passa al Barocco. Nasce allora la dinastia dei Grue che durerà fino al primo Ottocento.
Il fondatore di questa straordinaria famiglia di artisti è Francesco Grue che si lascia alle spalle il Rinascimento con le sue maioliche, lumeggiate in oro, di grande estro eppure eleganti e rigorose. I suoi 30 piatti da parata, provenienti dalla Galleria di Palazzo Barberini di Roma, sono un capolavoro assoluto della storia della maiolica. Il figlio Carl’Antonio supera presto il padre con il senso magico del colore, la maestria nel cogliere la luce, la genialità nelle lumeggiature in oro e a fuoco. Carl’Antonio si ispira a artisti come Pietro da Cortona, Domenichino, Annibale Carracci, Francesco Albani, Claude Lorrain, Nicolas Poussin, ma non ignora i fiamminghi, un incisore del talento di Antonio Tempesta e veneti come il Bassano e Paris Bordone. Carl’Antonio passa da soggetti biblici a rappresentazioni familiari, dai temi mitologici ai paesaggi, con gli stessi eccellenti esiti e senza mai scadere di qualità. La bottega dei Grue continua con i suoi figli. Il primo, Francesco Antonio Saverio, teologo, filosofo, poeta, che crea a Napoli una fiorente bottega, ha non minore talento del padre e inventa splendide scene mitologiche in stile rococò. Ma anche i suoi fratelli tengono alto il prestigio della bottega di famiglia con opere quasi sempre di qualità. Anastasio si rivela un paesaggista di sicuro talento.
Il dominio dei Grue non impedì l’affermarsi di altre famiglie di artisti: i Gentili, soprattutto Carmine e i due figli, Giacomo e Berardino. Carmine fu collaboratore e amico di Carl’Antonio Grue. E come non ricordare Candeloro Cappelletti, nipote di Carl’Antonio, il cui piatto con Arianna rivela un grande talento? Gesualdo Fuina conclude quasi due secoli della storia della maiolica di Castelli con una tecnica nuova. In tazzine, vasi, vassoi, caffettiere e zuccheriere, il rosso prevale sul blu turchino e si impone sui fondi bianchi o di un celeste chiarissimo. Castelli, la città della maiolica, è ancora oggi fiorente. Nuovi artisti continuano una lunga, gloriosa tradizione.