Castellitto: sono un timido e anche un «mentitore»

nostro inviato a Cannes

Il testo con cui Sergio Castellitto si presentava, un quarto di secolo fa, alle audizioni, era un monologo di Jean Cocteau, Le Menteur, Il bugiardo. Raccontava della noia per la verità e del piacere della menzogna: «Immaginare un mondo irreale e riuscire a renderlo credibile era il suo assunto. Non c'è migliore definizione dell'attore».
In Francia Castellitto è di casa: ne parla bene la lingua, ha esordito nel cinema a fianco di Michel Piccoli, ha girato con registi come Rivette, Besson, Masson, Assayas, ha partecipato otto volte al Festival di Cannes. E però è un'icona del cinema italiano. Così Tierry Fremeaux, il direttore artistico della manifestazione, ha buon gioco nel presentare la sua Lezione d'attore come la conferma dell'amore cinematografico fra i due Paesi e una sorta di compensazione alla mancanza di pellicole nostrane alla competizione ufficiale. «Vi abbiamo amati, vi amiamo, vi ameremo sempre» grida nel microfono. Castellitto sorride e la platea stracolma, ma in maggioranza italo-francese, sta al gioco.
In due ore abbondanti, l'attore-regista si rivela un mattatore ironico e sornione e tuttavia partecipe. Ha portato con sé un piccolo documentario amatoriale, a cui ha dato il titolo di Archeologia, dove c'è quel monologo di cui si è detto all'inizio. Eppure, da ragazzo, non è la vocazione a spingerlo, ma il caso. «Ero timido, ho cominciato a fare teatro sulla spinta di amici che frequentavano l'Accademia. Avessero frequentato un giornale, avrei fatto il giornalista»... Visto che si è davanti a un «mentitore» dichiarato, ci si chiede se sia vero o meno. La risposta arriva un po' più tardi: «Non escludo che dietro la mia timidezza ci fosse la paura di incontrare il mio destino. Ho letto in un saggio di James Hillman che Manolete, il grande torero spagnolo, era un bambino sempre nascosto dietro le gonne della madre. E quella paura forse non era altro che la consapevolezza di ciò che lo attendeva, la gloria e la morte. Ecco, fare l’attore non è rischiare di finire incornati da un toro, però ha i suoi rischi. E inconsapevolmente questo mi era chiaro». Alfred Hitchcock giudicava gli attori «semplice bestiame»: Castellitto rimane nel campo zoologico ma li eleva al rango di «cavalli intelligenti». «Non è che questo mestiere non sia pieno di stupidi, ma nei casi migliori l’attore deve essere molto intelligente per ingannare il regista. Fargli credere che stai recitando come dice lui...». Il suo album di ricordi è ricco e composito. Marco Ferreri che girava senza copione, Jacques Rivette che si rifiutava di esprimere giudizi sul set, Marco Bellocchio che ha sempre scritto sceneggiature «in cui non ci capivo niente», Marcello Mastroianni che nel film d'esordio, Il generale dell'Armata morta, gli tenne fuori campo il braccio che gli tremava per la troppa emozione. «Era umile e superbo. L'umiltà di chi fa il suo lavoro senza farlo pesare. La superbia di chi sa ciò che vale»... Sul mestiere Castellitto racconta di essere partito da Buster Keaton. «Ridere con angoscia. Ho sempre lavorato sul corpo, la gestualità, il movimento. La cosa migliore che un attore possa fare è non pensare mentre recita». La sua migliore filmografia, dice, «è quella dei film che ho rifiutato di girare. Si capisce un attore molto di più dalle pellicole che sceglie di non fare che non da quelle interpretate». I critici? «Li leggo, ci mancherebbe. E sono d'accordo con loro ogniqualvolta trovano la mia interpretazione straordinaria».