Un Castello di affari e veleni: il caso che sconvolge Firenze

Nel mirino della Procura il progetto miliardario sull’area periferica.
Tra gli indagati anche due assessori della giunta di centrosinistra

Lascia la politica, il sindaco Leonardo Domenici. È schifato da compagni di partito, giornali, giudici. Dice di essere «sotto attacco concentrico di destra e sinistra», timorose che «l'eccezionale risultato delle politiche» (48,5 per cento al Partito democratico) si replichi alle amministrative e la città sia retta da un monocolore. Domenici butta in politica l'inchiesta sull'area di Castello che ha terremotato la sua giunta e aperto la questione morale nel Pd. Ma la magistratura ha altre carte in mano.
Lo scandalo scoppia il 18 novembre: il nuovo procuratore, Giuseppe Quattrocchi, è nel capoluogo toscano da un mese. Partono sette avvisi di garanzia per corruzione, i carabinieri del Ros mettono sotto sequestro preventivo un'area di 168 ettari, sospese opere per un miliardo di euro. L'inchiesta sospetta un fitto intreccio di favori personali e interessi privati in cambio di lavori pubblici, licenze, concessioni. Le indagini si intrecciano con la guerra interna al Pd di Firenze, dilaniato dalla corsa alle primarie per la successione a Domenici, e ora indebolito da una raffica di dimissioni eccellenti.
Tutto ruota attorno al futuro della zona di Castello, enorme superficie alla periferia nord-ovest di Firenze tra l'aeroporto di Peretola, la ferrovia, l'autostrada e il luogo dove dovrebbe sorgere il nuovo inceneritore. Il terreno appartiene a Fondiaria-Sai, del gruppo Ligresti. Dopo anni di discussioni, nel 2005 viene siglata una convenzione tra il comune e l'impresa: metà abbondante dell'area sarà destinata a edilizia privata e pubblica (case, negozi, uffici, un albergo, le nuove sedi di provincia e regione) per 1,4 milioni di metri cubi, il resto (80 ettari) diventerà un parco a compensazione della colata di cemento. L'operazione vale un miliardo di euro.
Si doveva partire con la realizzazione del verde pubblico, ma tutto resta fermo fino a qualche mese fa, quando si viene a sapere che i lavori cominceranno con la parte privata. Il 19 settembre, poi, l'industriale Diego Della Valle presenta il suo progetto di «cittadella viola» con nuovo stadio, centro commerciale, palestre: un'idea che si dovrebbe sviluppare su 70-90 ettari, dice il patron della Fiorentina. Guarda caso: al Castello ce ne sono 80, unica area libera in città. E il sindaco, desideroso di lasciare un segno duraturo al termine del suo decennio, propone una variante al piano strutturale con lo stadio a scapito del parco. Che peraltro «mi fa cagare da sempre», come ha confessato all'assessore all'urbanistica Gianni Biagi, suo fedelissimo, in una telefonata intercettata.
Secondo la magistratura, dietro le quinte si muove un comitato d'affari. Gli avvisi di garanzia raggiungono, tra gli altri, l'assessore Biagi; il suo collega-sceriffo Graziano Cioni, famoso per le campagne contro accattoni e lavavetri, candidato alle primarie del Pd; Salvatore Ligresti e il suo braccio destro Fausto Rapisarda, già coinvolto in Tangentopoli nell'inchiesta Eni-Sai.
Dalle intercettazioni riportate nelle 144 pagine dell'ordinanza emergono i rapporti tra gli uomini di Ligresti e quelli di Domenici. Biagi tratta direttamente con Rapisarda («sto lavorando per voi»), indica i progettisti di fiducia, si adopera per spianare i problemi burocratici, sembra più preoccupato del progetto edilizio che degli interessi del Comune. Cioni invece parla con Rapisarda del figlio, dipendente Fondiaria premiato e promosso, e di un alloggio per una cara amica, sette vani «di pregio» in centro a 600 euro mensili. L'assessore aveva anche ottenuto una sponsorizzazione di 30mila euro per stampare 200mila opuscoli sulla tolleranza zero.
Biagi si dimette il 27 novembre, difendendo la correttezza del suo operato; la delega all'urbanistica va al sindaco. Lascia anche il direttore della Nazione, Francesco Carrassi, intercettato in colloqui con Rapisarda. Per un'altra inchiesta si dimettono il capogruppo del Pd, Alberto Formigli, socio di una società di progettazione, assieme a un dirigente dell'ufficio urbanistica di Palazzo Vecchio. E l'altro giorno ha sbattuto la porta un altro assessore, Paolo Coggiola (lavori pubblici): non è indagato, ma segue la decisione del suo partito, il Pdci, di uscire dalla maggioranza. Domenici, su sua richiesta, è stato sentito per quattro ore in procura e ha negato di aver favorito Ligresti.
Cioni invece tira dritto e annuncia battaglia: lo sceriffo ritiene scarsi gli elementi a suo carico, ma soprattutto non vuole mollare le primarie democratiche. I suoi concorrenti sono l'eurodeputato Lapo Pistelli, il cui primo sostenitore è il dimissionario Formigli; il presidente della provincia Matteo Renzi, rutelliano, anch'egli ascoltato dai pm; l'assessore alla pubblica istruzione Daniela Lastri. Veltroni ha convocato due volte a Roma i vertici del partito fiorentino nel tentativo di calmare le polemiche; «sembra di essere a Tirana», ha commentato Massimo D'Alema.