Il Castello, l’ex fortezza al servizio della cultura

Domani l’assessore Zecchi presenta il libro che racconta le complesse vicende storiche del maniero nato nel 1370 per volontà di Galeazzo II

Igor Principe

Entro il 2008, quando sarà concluso il riallestimento avviato e curato dall'architetto Michele De Lucchi, diventerà il polo museale più importante della città. Per il Castello si tratterà di un passaggio storico, ricostruito dal volume appena pubblicato da Skira: «Il Castello Sforzesco di Milano» (360 pagine, 70 euro). Curato da Maria Teresa Fiorio, direttore delle Civiche Raccolte d'arte, il libro ricostruisce la storia del monumento attraverso gli interventi di saggisti e studiosi che ad esso hanno dedicato attenzione, scandendo la sequenza dei capitoli con oltre un centinaio di immagini. Libro presentato domani alle 18.30 nella Sala della Balla del Castello da Stefano Zecchi, assessore alla Cultura del Comune: oltre alla curatrice interverranno l'architetto Mario Botta, lo storico dell'arte Pietro Marani e il soprintendente al Castello Sandro Salsi.
Si parte da quel che non c'è più, cioè il Castello visconteo. Quando è costruito, tra il 1360 e il 1370 per volere di Galeazzo II, si chiama però fortilizio di Porta Giovia: sorge infatti lungo le mura medievali e ingloba l'omonima porta. Sotto Gian Galeazzo e Filippo Maria la struttura si ampia, diventando residenza di quest'ultimo e stendendosi su una pianta quadrata da 180 metri di lato, dietro alla quale viene sistemato quel parco che oggi è il Sempione. La vita del fortilizio è però breve. Nel 1447 Filippo Maria muore, viene proclamata la Repubblica Ambrosiana e l'edificio è demolito: i suoi mattoni servono per restaurare la cinta muraria. Di Castello Sforzesco, tuttavia, si parla soltanto tre anni più tardi, quando Francesco Sforza è acclamato Signore di Milano e il maniero riprende vita sulle fondamenta viscontee. Bartolomeo Gadio ne realizza i torrioni rotondi, il Filarete la torre d'ingresso.
Il resto è storia di aggiunte e mutilazioni. Con Galeazzo Maria nascono la Corte Ducale, il cortile della Rocchetta e la torre detta «di Bona»; a Ludovico il Moro, mecenate di Bramante e di Leonardo, si deve invece la Ponticella, l'ala che taglia il fossato esterno congiungendo, oggi, l'edificio con il lato di piazza Castello che guarda a Brera. Non c'è più traccia, se non nel libro, della fortificazione a stella entro la quale gli spagnoli chiudono la roccaforte rendendola inespugnabile. È invece lì, e tutti la vedono, quella torre d'ingresso che nel 1521 saltò in aria per un fulmine che fece esplodere le munizioni custodite. Fu ricostruita da Luca Beltrami. Era il 1905, e il Castello si avviava a diventare, da simbolo militare, luogo di cultura.