Un castello di sabbia che l’Unione chiama programma

Francesco Damato

Non fosse altro per la professione che ci accomuna da tempo e per qualche battaglia che abbiamo condotto insieme più di vent’anni fa per impedire che certi colleghi arrivassero alle direzioni dei giornali esibendo grembiulini e compassi, m’è venuta la voglia martedì scorso di passare un fazzoletto a Miriam Mafai perché si asciugasse le lacrime procurategli dall’aspirante dell’opposizione alla guida del governo.
«Povero Paese il nostro - ha scritto l’editorialista della Repubblica - con un leader come Romano Prodi che, anche se legittimato e sostenuto da uno straordinario successo delle primarie, non riesce a imporre nei fatti ai suoi alleati le scelte che ritiene necessarie, come dimostra la controversia sulla Tav Lione-Torino. Che è rimasta fuori dal programma dell’Unione per il veto posto da Fausto Bertinotti e compagni, che hanno peraltro diffidato dall’apportare correzioni per soddisfare le proteste di quanti temono che la sinistra escluda l’Italia dalle grandi reti europee di comunicazione, condannandola alla emarginazione.
«Ci sono voluti mesi d’incontri nella cosiddetta Fabbrica del Programma, e poi decine di tavoli tematici affollati di esperti - ha scritto ancora la mia amica Miriam - per raccogliere finalmente in un volume di 287 pagine il programma dell’Unione che Prodi ha illustrato sabato all’Eliseo, ma è bastata una giornata per rivelare la fragilità di quell’impianto e di quella fatica». È bastato, in particolare, che il presidente della Regione piemontese e il sindaco di Torino, peraltro entrambi diessini, andassero a leggersi bene a metà volume il capitolo dedicato ai trasporti per scoprire la magagna del cosiddetto corridoio europeo numero 5, quello destinato a collegare per via ferroviaria e autostradale Lisbona a Kiev, praticamente monco del tratto italiano. «La realizzazione del percorso del treno ad alta velocità nella Val di Susa non è esplicitato nel programma dell’Unione perché non c’è stato accordo», ha impietosamente testimoniato e spiegato il professore universitario Ferdinando Targetti, tecnico di area diessina e coordinatore del «tavolo» del programma dell’Unione che si è occupato delle infrastrutture, smentendo la rappresentazione minimale della «svista» data da Prodi di fronte all’insorgere delle prime proteste.
Se non ne bastasse uno, darei alla mia amica Miriam tutti i fazzoletti a mia disposizione, ed altri ancora andrei a comperarne per asciugare le sue lacrime. Ma, conoscendo anche la sua appassionata militanza prima nel Pci, poi nel Pds, poi ancora nei Ds, penso che farebbe bene a piangere e a disperarsi più per la sua parte politica che per il Paese. L’Italia può ancora salvarsi se gli elettori faranno buon uso del loro voto il 9 e il 10 aprile, evidentemente nella direzione opposta a quella desiderata dalla Mafai. La sinistra invece, sia che riesca miracolosamente a vincere, nonostante abbia confezionato un programma che ha la stessa solidità di un castello di sabbia, per giunta costruito fuori stagione, sia che torni a perdere come nel 2001, difficilmente riuscirà a sopravvivere alla nebbia nella quale si è lasciata avvolgere ancora una volta da Prodi. Che ora se la prende, purtroppo spalleggiato dal buon Angelo Panebianco, con il ritorno al proporzionale, responsabile secondo lui dell’accanimento con il quale i suoi alleati difendono i loro orticelli, a scapito della coesione necessaria per governare. Egli dimentica gli incidenti avuti anche con il sistema maggioritario, cadendo impietosamente a metà della scorsa legislatura, accusato di essere un «flaccido imbroglione».