Catania città chiusa: vietato partire per Messina

nostro inviato a Catania

Autostrada e stazione presidiate, uno stadio vuoto, una città sotto shock. La mattina di Catania che si rituffa nel calcio è tutta nel corteo organizzato dai sindacati di polizia per ricordare la morte di Filippo Raciti. Duemila persone, con la vedova dell'ispettore, Marisa, in prima fila insieme alla figlia Fabiana, marciano da piazza Roma a piazza Duomo. Mentre alla stazione altri poliziotti controllavano i passeggeri in partenza sui treni per Messina per scoraggiare eventuali forzati da trasferta dal salire sui convogli.
«Era meglio non giocarla, questa partita, ma ci sta pensando la pioggia», commenta duro Salvo, cameriere in un bar della centralissima piazza, quando Messina-Catania tarda a cominciare e giocano a pallone solo due bimbe sotto l'elefantino simbolo della città. La fame di calcio torna a farsi sentire sottovoce tra i torroni e lo zucchero filato delle bancarelle di via Etnea. La gente si raccoglie intorno alle radio che raccontano dell'inizio ritardato, il gol del Messina strappa più di una smorfia, e quando nella ripresa Mascara pareggia i conti qualcuno cerca di conciliare esultanza e pudore.
Non Andrea, mani in tasca e felpa rossazzurra addosso: «Questo derby non è una partita vera», sospira dietro gli occhiali da sole inforcati anche se il cielo è grigio. «Non è una domenica normale - prosegue - perché altrimenti ora sarei al San Filippo. Volevo vederla in tv, la partita, ma quando sono uscito mi è passata la voglia. Forse davvero siamo ripartiti troppo presto».