Catanzaro è la Caporetto della nostra magistratura

Nei primi anni Duemila c’è un magistrato non politicizzato, Luigi De Magistris, che denota irrequietezze inadatte all’equilibrio richiestogli dal suo lavoro. Succede ovunque, in cento altri mestieri, sono rivoli personali che possono riassorbirsi o disperdersi in fiumi sotterranei, ma alla peggio possono debordare all’aperto e ingrossarsi senza ritorno, nutrendosi di tutte le affluenze del caso. La rottura degli argini, tipicamente, coincide con le prime esposizioni mediatiche e con le prime inchieste su vari intrecci di potere: questo prescindendo, punto chiave, da effettive correità penali che riguardino i primi nomi altisonanti che De Magistris menziona nelle sue inchieste. Come avrà intuito chiunque abbia letto le carte, il semplice nominare dei personaggi li acclude d’ufficio nelle cosmogonie che De Magistris prende via via a ingigantire, e gli stessi, di conseguenza, prendono parte al complotto contro di lui. Perché contro di lui non c’è solo qualche superiore, qualche collega mediocre o antipatizzante come succede ovunque, in cento altri mestieri: col tempo ci sarà l’intera fisiologica giudiziaria, i gip che respingono le sue richieste, i giudici che giudicano, il superiore che avoca, la Cassazione che rigetta, e ancora gli ispettori del Ministero, il Ministero, tutti. Farà giocoforza parte del complotto anche il Capo dello Stato, quando l’inviterà esplicitamente al silenzio, e il vicepresidente del Csm che lo richiamerà al codice deontologico, ovviamente l’intero Csm, anche l’Associazione magistrati più qualche corrente togata, tutti coloro che oltretutto hanno ascoltato De Magistris respingendo regolarmente tutti i suoi ricorsi. Da qui la galassia che un magistrato obnubilato dai media spiegava stesse addensandosi su Catanzaro versus l’universo mondo: una «nuova P2» guidata da Giancarlo Elia Valori, una «strategia della tensione», una «massoneria», «poteri occulti coadiuvati da pezzi della magistratura», ovviamente «settori deviati di apparati dello Stato»; non mancano Romano Prodi e alcuni suoi collaboratori, i quali «lasciavano intravedere un discorso molto interessante di riciclaggio dalla Calabria a San Marino», e in un caso «viaggi molto strani nel centro Africa», senza contare i «collegamenti con l’omicidio Fortugno» e i soliti coinvolgimenti per Clemente Mastella e Massimo D’Alema: ci sarebbe da proseguire, e non avremmo ancora sfiorato il complotto delle procure. La verità, ogni tanto, è semplice. Uno così, il Csm, non doveva degradarlo, doveva togliergli la toga.
Tutto il resto, per giungere lentamente all’oggi, è fatto di quelle affluenze che nel tempo hanno ingigantito il rivolo personale di Luigi De Magistris: alle quali affluenze, va da sé, di Luigi De Magistris non frega assolutamente niente. Ora si tratterebbe di ricostruire tutti i passaggi successivi, ma provateci: De Magistris a Catanzaro conduce delle inchieste che coinvolgono l'imprenditore Antonio Saladino oltre a Prodi e Mastella; due sue inchieste vengono avocate dal procuratore capo Mariano Lombardi e dall’allora procuratore generale Dolcino Favi, il tutto mentre si succedono ben tre ispezioni ministeriali (senza esito) col procuratore generale della Cassazione che decide di aprire un procedimento su De Magistris; il quale, pompato dai soliti scemi, fa un baccano mediatico d’inferno sinché anche il Csm decide di occuparsene. Morale: il Csm condanna De Magistris nel gennaio scorso, trasferendolo a Napoli come giudice e non più come pm. Ma ecco, il magistrato denuncia un complotto ai suoi danni alla procura di Salerno, la quale indaga sino a convincersi (a sostenere) che i loro colleghi di Catanzaro siano effettivamente autori di un complotto del quale indirettamente farebbero parte anche il Csm, il Guardasigilli e la Cassazione. La procura di Catanzaro temporeggia, e non spedisce a Salerno le carte richieste, al che la procura di Salerno si spazientisce e le spedisce un decreto d’urgenza con tanto di perquisizioni e avvisi di garanzia; ne consegue che il procuratore generale di Catanzaro Enzo Iannelli, pure lui indagato, protesta direttamente col Capo dello Stato mentre il Guardasigilli spedisce un’ispezione a Salerno, ma con ispettori diversi da quelli utilizzati in precedenza: parecchi infatti risultano indagati a causa di un altro esposto di De Magistris. Intanto il procuratore di Catanzaro Iannelli controsequestra le sue stesse carte (già sequestrate il giorno prima dai colleghi salernitani) e spedisce a sua volta una raffica di avvisi di garanzia ai magistrati di Salerno che hanno indagato lui il giorno prima, peraltro utilizzando gli stessi uomini: questo nonostante Salerno abbia la competenza a indagare su Catanzaro ma Catanzaro non abbia quella a indagare su Salerno, competenza che appartiene a Napoli. Ma chi c’è a Napoli, trasferito da Catanzaro? De Magistris. Giramento di testa mentre il Presidente della Repubblica, che è Presidente anche del Csm, decide di chiedere lumi rispettivamente a Salerno e Catanzaro, ma lo fa solo nella sua veste di Capo dello Stato e qualcuno storce il naso. A non semplificare le cose: il vicepresidente del Csm Nicola Mancino è in una certa difficoltà, perché un suo collaboratore, in una delle inchieste di De Magistris, risulta in contatti telefonici con l'indagato Antonio Saladino.
Ora: si può credere che i problemi e la loro soluzione stiano tutti nella microscopica analisi delle succitate e impazzite dinamiche, già ribattezzate «guerra per bande»: ma è ormai chiaro, a tutti, che il cannocchiale va rovesciato. Solo così, dall’alto, nel loro insieme, potranno giudicarsi i cascami isterici del sistema-magistratura italiana, le degenerazioni di un ordine divenuto potere e che ormai dilania se stesso, più sacrale che indipendente, più soggetto istituzionale che funzionariato statale: avanzamento di carriera per tutti, condizionamenti istituzionali pressoché inesistenti, un reclutamento per unico concorso, nessun vero corso di preparazione, pubblici ministeri e magistrati giudicanti in un unico corpo autogestito, malcelata discrezionalità dell’azione penale con toghe che indagano chi vogliono, la solita e citatissima indipendenza messa in contrapposizione agli altri poteri anziché in complementarietà. Su tutto, con vezzeggiamento della grande stampa, un’Associazione nazionale magistrati con le sue correnti politiche e un Csm composto da magistrati eletti da altri magistrati, i quali intervengono con mozioni, ordini del giorno, risoluzioni, reclami di leggi ad hoc, difese corporative, solidarietà, ricorsi all’Onu. Il tutto con posture che vanno sicuramente molto al di là dei propositi auspicati originariamente dalle leggi e dalla Costituzione.
Questa non è tutta la magistratura, certo. Ma neanche in Tangentopoli erano tutti i politici. Lo chiamano caso De Magistris ma è il caso Magistratura italiana.