Catastrofisti dal facile ottimismo

Le contraddizioni spesso sono il sale della vita ma quando sono troppe ogni minestra diventa sgradevole. Prima delle elezioni tutto il centrosinistra tuonava per la crescita zero della nostra economia spiegando che l'Italia era una sorta di «Titanic» in procinto di affondare. A questa previsione facevano eco gli economisti «impegnati» a sinistra e, naturalmente, alcuni grandi organi di informazione che avevano scommesso tutto sulla sonante vittoria del centrosinistra. Gli italiani hanno votato al Senato in maggioranza per il centrodestra (il 50,2%) e alla Camera hanno dato 25mila voti in più al centrosinistra che in forza di questo 0,1% di differenza ha ottenuto il famoso premio di maggioranza (un vero e proprio obbrobrio democratico) grazie al quale assumerà, di qui a qualche giorno, il governo del Paese.
Appena girato l'angolo delle elezioni ecco, però, il miracolo. Via il catastrofismo dei primi quattro mesi dell'anno e subito la scoperta che l'Italia stava riprendendo a crescere. Chi, come il nuovo governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, fino ad ieri era pessimista, di colpo è diventato ottimista. Il panel politico-economico del centrosinistra, governatore compreso, sbagliava ieri e sbaglia oggi. E i dati dell'Istat del primo trimestre dell'anno sono lì a testimoniare quanto fossero ieri strumentali le accuse di crescita zero e di come è esagerato l'ottimismo di oggi. Nel primo trimestre l'economia italiana ha registrato una crescita del Pil dello 0,6% che su base annua significa un aumento dell'1,5%. Più della stessa previsione del governo Berlusconi e più di quanto immaginavano tutti gli organismi internazionali.
È questo l'aumento più forte degli ultimi quattro anni così come invano aveva ripetuto negli ultimi mesi Silvio Berlusconi, accusato da molti di non accorgersi del disastro italiano. Se, dunque, il catastrofismo va messo in soffitta è anche vero, però, che l'ottimismo è fuori luogo. La crescita di 1,5% del Pil, infatti, è di un terzo in meno di quanto crescerà in media la zona dell'euro così come avvenne con i governi del centrosinistra nel quinquennio ’96-2001 quando a fronte di una Europa che cresceva a tassi superiori al 2,2% l'Italia arrancava con uno 0,8% in meno tanto che dalla primavera del 1999 il deficit ricominciò a crescere sfondando la soglia del 3% già nel 2001. Ma oggi non ci preoccupa solo la riproposizione di una strutturale differenza di crescita con l'Europa, quanto il fatto che con una crescita dell'1,5% nel 2006 e nel 2007 il risanamento della finanza pubblica è pressoché impossibile.
Dieci anni fa il governo Prodi ebbe il regalo della forte riduzione internazionale dei tassi di interesse che abbatté la spesa per interessi per oltre 5 punti di Pil. Oggi questo beneficio non ci sarà più. Anzi il rischio è che i tassi di interesse possano lievitare aggravando, così, ulteriormente i conti pubblici. Son questi i motivi che non ci fanno usare il linguaggio dell'ottimismo anche perché dai leader del centrosinistra non è venuta ancora una sola parola, un solo accenno di come finanziare lo sviluppo.
E quel che è più grave è che nessuno, neanche Mario Draghi, lancia l'allarme sul progressivo indebitamento delle Regioni per una spesa sanitaria che cresce ogni anno in maniera sproporzionata. Ma non è solo questione di spesa sanitaria. Le Regioni, le Province e i Comuni gestiscono oltre il 60% della spesa corrente pubblica ed è impensabile qualunque riequilibrio dei conti pubblici in assenza di una comune assunzione di responsabilità. È ora, infatti, di mettere la parola fine a questa allucinante divaricazione tra chi deve pensare ad aumentare le entrate (lo Stato) e chi, come le Regioni, le Province e i Comuni per il 70% governati dal centrosinistra, con un carico di responsabilità fiscale minimo, gestisce quasi due terzi della spesa pubblica primaria. Tra pochi giorni vedremo quali saranno le ricette proposte dal governo Prodi per contenere la spesa pubblica e rilanciare la crescita. Nella speranza, naturalmente, che non si ripeta ciò che avvenne nella seconda metà degli anni Novanta quando, fingendo di risanare i conti pubblici, furono messi in vendita pezzi rilevanti dell'economia italiana con il triplice risultato negativo di una bassa crescita, di un aumento del deficit e di una progressiva colonizzazione del Paese. Le ultime notizie che parlano di una lotta tra istituti di credito francesi per la ulteriore conquista del nostro sistema bancario sono lì a dimostrarlo. Sarà questo il vero terreno di scontro tra la composita maggioranza di governo e l'opposizione parlamentare e tra chi, nel Paese, difende il ruolo internazionale del capitalismo italiano e del suo sviluppo e quanti, al contrario, scommettono, per il proprio interesse, in un ruolo subalterno della nostra economia.
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