Il catenaccio batte Borrelli «Eretto un muro difensivo»

L’ex magistrato: «Sono tutti d’accordo, nessuno confessa. Moggi? Poteva darmi solo la sua interpretazione»

Massimo Malpica

da Roma

Di fronte all’offensiva della giustizia sportiva, il calcio si difende nel modo più canonico: col catenaccio. «Si è creato un muro difensivo concordato probabilmente da più persone. Non mi aspettavo nulla di diverso dopo le intercettazioni pubblicate integralmente sui giornali», sospira il capo dell’ufficio indagini della Figc, Francesco Saverio Borrelli: «Elementi importanti? No, non ci sono. Comunque stiamo completando il quadro». Senza manette da far tintinnare, il «padre» del pool di «mani pulite» continua a trovarsi di fronte a protagonisti dello scandalo che azzardano giustificazioni innocentiste anche sui passaggi apparentemente più inequivocabili delle intercettazioni. Una specie di «versione ufficiale» buona per tutto e per tutti. L’altro giorno Borrelli se l’era lasciato scappare quasi sconfortato: «Non confessa nessuno». E ieri ha concesso il bis, chiarendo - a proposito del gran rifiuto di Moggi - che più delle parole potranno le carte e gli atti «prestati» dalle procure alla giustizia sportiva. «Io deluso dalla decisione di Moggi? Cosa potevo avere da lui? Solo la sua interpretazione». Le interpretazioni, come le congetture, non piacciono troppo all’ex magistrato che quando ieri, rimbalzando dalle pagine di un quotidiano, ha cominciato a girare con insistenza la voce che una misteriosa «gola profonda» fosse arrivata nelle segrete stanze di via Allegri o di via Po, ha esternato ancora per sgonfiare la notizia. «No, non mi risulta che ci sia un super teste», ha esordito, quasi augurandosi di poter essere smentito, prima di correggersi con un «no, non c’è nessun super teste», che non lascia spazio a dubbi. «Ci sono state alcune persone - ha aggiunto poi, riferendosi forse al funzionario Figc che ieri ha messo a verbale la sua verità - che hanno chiesto spontaneamente di essere ascoltate, e ciò è stato fatto dal mio staff».
Così, alle prese con un lavoro forse «diverso» da quello che si aspettava, Borrelli non ha molte armi per «incentivare» i mea culpa di chi gli sfila davanti. Arbitri e dirigenti, designatori e mister: tutti lasciano la sede della Federcalcio con larghi sorrisi e affidando ai taccuini dei cronisti le dichiarazioni intrise d’ottimismo dei propri legali. E allora quello sportivo sarà appunto, come lascia intuire l’ex pg di Milano, un processo prevalentemente documentale, sempre che le carte siano sufficienti per Borrelli e i suoi. «Non sono un giudice - sintetizza con i giornalisti affollati tra le vie del quartiere Pinciano che ospitano le strutture federali - né tantomeno un pubblico ministero: ho il compito di acquisire elementi sulla base dei quali formulare una relazione da sottoporre alla procura federale, che adotterà i provvedimenti del caso. Penso che tra 25-30 giorni possa iniziare il processo sportivo».
Le scadenze sono imposte: il 27 luglio la Federcalcio deve ufficializzare all’Uefa la classifica di A per le coppe europee. Per allora i vari gradi di giustizia sportiva dovranno essere dietro le spalle. E la sentenza che vuole incrinare quel «muro difensivo» sarà, comunque, definitiva.