Caterina Bonvicini: com’è spietato vivere per lasciarsi

È la distanza il filo rosso che unisce i cinque racconti di Caterina Bonvicini, chiamati I figli degli altri (Einaudi, pagg. 181, euro 12,50). Incolmabile distanza di anime, volontà di appartenersi, continuo rincorrersi fino a farsi male.
I protagonisti di questo impossibile desiderio di possedersi sono diversi per età, sesso, posizione sociale. Figli di altri o figli propri, poco conta. In queste esperienze di vita c'è un perpetuo afferrarsi e scappare, tornare e ripartire, fino a definitiva sparizione. Più o meno graduale e sempre lasciando tracce consistenti. E Bonvicini narra con pacatezza, con un tocco leggero che stempera il dolore fisico e morale, diluisce gli addii.
Come quello tra la piccola zingara Valentina, orgogliosa venditrice di rose nei locali e per le strade di Bologna, e una giovane donna che vorrebbe prenderla in affido. Un sodalizio solare e autentico tra le due, una bimba amante dei fiori e dei Flauti, merendine di pastafrolla con il cacao, e una ragazza che potrebbe essere sua madre e non lo è. La madre vera si chiama Elvira, una rom interessata alle creme antirughe, una che mentre svitava i barattoli, faceva scintillare la sua femminilità «nell'incavo degli occhi cerchiati, come un lampo in una grotta». Elvira e Valentina fuggiranno libere in Germania, lontane da un marito e padre manesco, vive e pronte a ricominciare senza necessità di radice, perché ognuna ha radice nell'altra. E la potenziale madre resta con l'unica cosa che è rimasta della giovanissima zingara: un paio di zoccoli di sughero, dorati.
Emma invece, è L'amante perfetta e si presenta subito, all'inizio del racconto: «Come amante sono perfetta, me lo dicono tutti. Non è che faccia grandi cose. Mi muovo con garbo, ecco. Non chiedo mai di lasciare le mogli, non mi viene neanche in mente. Evito di telefonare. Mai scenate, nessun pianto, non dico cattiverie gratuite neanche quando sono di cattivo umore». Una donna abituata a non disturbare, a non fare rumore, a prendere quello che c'è, a non chiedere nulla tanto da allontanare.
Tenera e spietata è la tirannia dei due protagonisti de La formula minima, diciassette anni lei, ventitré lui, uniti da un legame assurdo, fatto di umiliazioni, violenza sottile, corporea e psicologica, sottomissione e totale dipendenza. Gioco estremo di attrazione e repulsione, fatto di ordini come Dimenticami e chiamami mercoledì. Rapporto ossessivo, esplorazione impossibile dell'altro, corpo usato per andare oltre, sporcato, lavato, strofinato, infangato, insaponato.
La crudeltà. «È più facile arrivare alla vera crudeltà così che con un nemico. Un nemico non te lo permette». Questa è la verità racchiusa in Non adorarmi, il quarto racconto bello e terribile, ammantato di normalità nella descrizione di una famiglia dell'alta borghesia. Al centro è lei, Costanza, matura docente universitaria e giornalista di un'importante testata. Lei, che sparge carisma a piene mani, cosciente e bisognosa di devozione. Lei con il marito Giovanni, a cui fa ombra, con i tre figli e con due studenti universitari, Martino e Silvia, legati a questa donna da smisurata ammirazione. E la faccenda è vista con gli occhi indagatori dell'incantato Martino che subisce il fascino di questa egocentrica creatura anche quando lei si allontana, dopo il crollo dell'impalcatura familiare, dopo la fine che qui coincide con una morte.
L'ultima, brevissima storia, non ha umani come protagonisti, perciò la crudeltà è bandita. Amarsi da cani è l'incontro tra il vecchio lupo Archer e il cucciolo bracco Sarik. La vitalità trionfante e la stanchezza, il gioco estenuante e la tenerezza di dormire insieme, respirare e sognare. Fino all'epilogo inatteso per la giovane padrona di Sarik e Archer. Il vecchio lupo molestato dal giocoso cucciolo che comincia a crescere senza diminuire la voglia di mordergli le orecchie e saltargli addosso, azzanna il bracco al collo senza fargli troppo male. Ma Sarik per la prima volta reagisce violento ed è la fine. La fine del gioco, la voglia di dormire. Muore prima il piccolo, poi si accascia il vecchio. E non ci si rotola più digrignando i denti. È silenzio.