Catherine come Vivien, divorata dal suo talento

La Spaak porta al Parco della Musica un monologo sull’ultima immaginaria conferenza stampa della Leigh

«Oggi? Grazie alla tivù sono tutti attori. L'amore per la scena, il rigore e lo studio che forgiano il professionista non contano più». Basta un bel primo piano e qualche lustrino per creare il personaggio. Ben altra storia invece è essere attore: possedere il «dono», quel fuoco che brucia (e a volte divora) chi riesce a esprimere l’incomunicabile che sale dal profondo. Che sia un segno, un’immagine, parola o movimento poco importa, l’arte dell’effimero non abita qui e soprattutto non appartiene a Catherine Spaak. La brava attrice belga, dopo la lunga tournée teatrale con Storie parallele - il suo reading investigativo tra pubblico e privato dedicato a Coco Chanel, Jean Cocteau, Edith Piaf, che nel 2005 debuttò in Campidoglio - è pronta ad affrontare una nuova sfida professionale. Un monologo costruito su un’intervista immaginaria concessa dall’eroina di Via col vento, superba interprete cinematografica e teatrale britannica, intitolata Vivien Leigh. L’ultima conferenza stampa. Lo spettacolo, che andrà in scena il 18 ottobre al Teatro Studio dell’Auditorium Parco della Musica è stato tradotto e adattato dalla Spaak dall'omonimo testo dell’autrice-attrice statunitense Marcy Lafferty (da due anni in trionfale tour per gli States) la quale sabato presenzierà alla «prima» italiana. Firma le luci Maurizio Fabretti, musiche di Matteo Cremolini, collaborazione artistica di Gabriele Guidi.
Il canovaccio narra la storia della bellissima e sfortunata diva - moglie di Lawrence Olivier, morta di tisi a 53 anni - durante un incontro stampa avvenuto in teatro pochi giorni prima di andarsene nel 1967. «Mi sono innamorata di questo show lo scorso inverno - dice la Spaak parlando del monologo ondivago tra teatro e cinema, realtà e schegge di follia - ho adattato la storia in cui Vivien Leigh, in un’ora e mezza, racconta il suo percorso umano e professionale senza reticenze». Il ritmo della messa in scena è scandito dalle domande che i giornalisti fanno all'attrice. Richieste che scavano nei solchi di un’esistenza borderline segnata dalla vulnerabilità e dall’inquietudine, senza censure. «Ciò che mi ha affascinato di più della Leigh - confessa la Spaak - è stato il labile confine tra l’essere equilibrata e lo smarrire la consapevolezza». Come se il frutto esasperato del suo «sentire profondo» divenisse un territorio minato dal talento e dalla sperimentazione ardita. «Durante le repliche del Tram che si chiama desiderio, per otto lunghi mesi la Leigh visse in modo sregolato proprio come Blanche - dice la Spaak, parlando del pericoloso transfert tra attore e personaggio -. Basta tenere a bada il confine tra ragione e follia, un rischio che io non corro da tempo. E poi Vivien era una donna piena di contraddizioni, feroce e violenta, elegante e aggraziata. La sua psiche labile, tarlata da un’infanzia solitaria scandita dagli studi nei collegi religiosi, ne risentì al punto che il teatro divenne la sua unica cura. Detestava regole e discipline, si placava solo in scena». L’immagine della diva scolpita, sussurrata e riflessa in proscenio dalla Spaak è quella agrodolce di un’icona dello star system, donna baciata dal «dono», che come molti suoi colleghi dalla vita difficile finì per vivere e morire divorata dal suo stesso mostro: da un lato il tormento della psiche, dall’altro l’estasi della scena.