Le cattive abitudini del nervoso Pupone

P overo Totti, era nervoso per motivi personali, collegati all’incidente stradale di una persona a lui molto cara. Lo ha confessato Vito Scala, che del Pupone è amico, guardia del corpo, consigliere, fisioterapista, in una intervista concessa a Radio Rai a fine partita. Amico vero, fidato, Vito. Altrimenti non avrebbe cercato di giustificare il comportamento del signorino da sei milioni di euro netti a stagione che, dopo l’espulsione di ieri pomeriggio, al 92’ di Livorno-Roma, lo ha spintonato facendolo cadere a terra. Secondo Scala, neppure lo aveva riconosciuto per il nervosismo, la concitazione, la furia di quei momenti. Il tentativo di giustificazione ha finito per aumentare le responsabilità di Totti che non è nuovo a reazioni inconsulte, vedi lo sputo all’ultimo Europeo o le passeggiate con i tacchetti sugli avversari troppo fallosi. È l’ennesima piccola o grande storia, fate voi, di un calcio che trascende l’aspetto agonistico per trasformarsi sempre più spesso in un fatto di costume. Trash, beninteso. Di peggio, in questi giorni, ha fatto solamente Cameron Diaz, autrice di un fragoroso rutto in diretta nel corso di una delle trasmissioni più popolari in America. Con la differenza che Totti è stato vittima del suo istinto mentre la star hollywoodiana ha probabilmente seguito un copione per attirare l’attenzione su se stessa. Diceva un tizio: parlate anche male di me, purché ne parliate.
Lo spintone di Totti a Scala, fratello vero, di fatto, se non di sangue, raccoglie più attenzioni dei motivi che hanno spinto l’arbitro Ayroldi di Molfetta a cacciarlo dal campo per uno spintone a Galante. In realtà il fischietto di Molfetta, il primo a concedere un rigore via auricolare, non voleva espellere il capitano, ma dopo le resistenze ai suoi richiami - «avvicinati, vieni qui» - ha trasformato il cartellino giallo in rosso. Oddio. Qualche ragione ce l’ha il Pupone. Perché Galante ha usato il gomito per difendere il pallone rubato all’impronunciabile Wilhelmsson e l’assistente Nicoletti gli ha poggiato una mano sul petto. Ma niente può fare da alibi al successivo comportamento di questo giocatore che, per un motivo o l’altro, è sempre in prima pagina: i 138 gol segnati in A, il rifiuto a giocare in azzurro con i chiodi all’osso fratturato, il talento indiscutibile, le reazioni da trance agonistica. È un campione, ma neppure ai campioni è permesso calpestare le regole: ne sa qualcosa Zidane squalificato per due giornate nel Mondiale di Francia e poi messo all’angolo, per la testata a Materazzi.
C’è purtroppo un malcostume imperante nel nostro campionato che non ha eguali in Spagna, Inghilterra e Germania. Basta ricordare le accese proteste del Catania in due situazioni che tutto potevano essere fuorché da rigore. Eppure è prassi da noi contestare qualsiasi decisione, anche la più fisiologica. Per fortuna c’è anche chi si comporta in modo normale e, proprio per questo, fa notizia. È il caso dei calciatori viola che hanno accettato senza fare casino (scusate il termine, ma ci sta tutto) la decisione dell’arbitro Morganti e dell’assistente Copelli di convalidare il gol fantasma di Ibrahimovic. Magari c’era, magari no. Altrove avrebbe suscitato un vespaio. Prendiamone atto.