Le cattive Signore del delitto

Rina Fort uccise la moglie del suo amante. Nella Milano del dopo guerra era la «belva umana»

Questo Cattive di Maria Vittoria Giannotti (editoriale Olimpia) mi ha riportato indietro d’un bel po’ d’anni. Mi ha riportato a quando seguivo, per il Corriere della Sera, i grandi processi: con la gratificante consapevolezza che quelle cronache avevano lettori paragonabili, per l’interesse dedicato al feuilleton giudiziario, agli aficionados di Dallas o di Dinasty. Le cause celebri di carattere indiziario, dividevano l’Italia in innocentisti e colpevolisti. Il che mi pare sia avvenuto di recente - almeno con analoga intensità emotiva - solo per la tragedia di Cogne.

I trascorsi professionali cui accennavo mi hanno dato modo di vedere e conoscere,in veste d’imputate, alcune delle «cattive» (azzeccatissimo titolo) le cui gesta sono rievocate. Le donne che delinquono, osserva Maria Vittoria Giannotti nella premessa, sono in netta minoranza rispetto agli uomini. È un fatto, e mi domando se le femministe più battagliere nel rivendicare totali parità se ne dolgano o se ne rallegrino. L’inferiorità numerica femminile diventa ancor più evidente per certe specializzazioni criminali, come l’agguato a mano armata (e, per evidenti motivi, lo stupro e la violenza carnale). Sono invece in buona posizione, le signore, per l’uso del veleno.

Le mala-femmine
L’autrice osserva che le donne uccidono per gli stessi motivi degli uomini: il che sottintende, mi pare, moventi classici come l’interesse, la passione amorosa, la rivalità, la vendetta. Sono d’accordo, ma non al cento per cento. Mi sembra di poter dire che il male in versione femminile ha, rispetto alla versione maschile, un maggior contenuto di mistero, di imprevedibilità perfida, di insondabilità arcana. Giovanissimi teppisti di strada torturano e ammazzano con efferata crudeltà, magari anche la nonna, ma nel delitto di Mariena Sica e di Anna Maria Botticelli - traggo un esempio dal libro - intravvedo qualcosa di imperscrutabile. Due ragazze, allieve d’un istituto magistrale di Foggia, che progettano l’assassinio di Nadia, l’amica del cuore con cui dividevano sogni e segreti. Fanno in modo che la morte di Nadia sia attribuita a suicidio, per impiccagione. Ma sono maldestre, la verità emerge presto. Non emerge invece ciò che le ha spinte all’atto efferato. Una relazione lesbica? O riti satanici? O cos’altro?

Le storie che ho personalmente seguito non avevano questi risvolti demoniaci. O piuttosto li aveva, nel quadro d’un comune crimine passionale, la strage di via San Gregorio a Milano, compiuta da Rina Fort. Costei aveva massacrato la moglie dell’amante Giuseppe Ricciardi e i suoi tre bambini. Eravamo in due, per il Corriere, al processo contro la «belva umana», il grande Dino Buzzati e io. La Fort era insieme torva e patetica: una friulana formosa dall’adolescenza e dalla giovinezza infelice che s’era legata al siciliano Ricciardi, un commerciante di tessuti dal fisico alla Ciccio Ingrassia, senza sapere che era sposato. Quando lo seppe, e seppe che aveva portato la famiglia a Milano, deflagrò in lei qualcosa di spaventoso. Rina Fort era il mostro, Giuseppe Ricciardi era l’antipatico. Ergastolo. Anche perché un luminare della psichiatria criminale, il professor Filippo Saporito, aveva dimostrato in centinaia di pagine che Rina Fort, nonostante casi di pazzia e di suicidio in famiglia, e nonostante la belluina ferocia con cui aveva colpito non solo la povera Papèqalardo, moglie del Ricciardi, ma anche i piccoli innocenti era completamente sana di mente. Va ricordato che i colpi vibrati - con un arnese del resto mai trovato - sullo stipite della porta aperta dalla povera vittima avevano fatto tacche profonde centimetri.
In altre centinaia di pagine d’una non meno dotta perizia lo stesso professor Saporito attestò invece che era completamente inferma di mente la contessa Pia Bellentani. La quale nel settembre del 1947, pochi mesi dopo la tragedia di via San Gregorio, aveva ucciso con un colpo di pistola, durante una festa di gala a Villa d’Este, l’amante Carlo Sacchi. Provinciale romantica e desperate housewife, Pia Bellentoni amava quel Sacchi, facoltoso industriale tessile, che al già citato Ricciardi poteva contendere il titolo di uomo più antipatico d’Italia. Ho vissuto le traversie di Pia Bellentani sia come cronista, sia come amico strettissimo del suo difensore, l’avvocato Luzzani di Como. Questi riuscì a far girovagare la contessa da un ospedale psichiatrico all’altro evitandole il carcere. Le Corti d’Assise, un po’ meno benevole del professor Saporito, le concessero solo la seminfermità di mente,ebbe condanne lievi e nel 1955 fu graziata dal presidente della Repubblica.

Vendetta rosa
Da via San Gregorio a Villa d’Este. E da villa d’Este alla Napoli della malvivenza. Dove fu celebrato il processo a Pupetta Maresca che nel 1955, per vendicare il marito Pascalone e’ Nola ucciso in un regolamento, di conti, fece fuori un certo Antonio Esposito che di quell’uccisione riteneva fosse stato il mandante: e che era un boss importante (pare si siano contate undici corone di deputati, scrive la Giannotti, al suo funerale). Ho trascorso settimane a Napoli per le udienze di quel dibattimento (e non è per niente certo che l’ammazzato da Pupetta fosse stato davvero l’istigatore dell’assassinio di Pascalone). L’umanità che frequentava l’aula avrebbe destato un grande interesse in Lombroso. I nomi dei testimoni erano degni di Eduardo, ricordo un miezzoculillo dal piglio allegro. Se uno osservava bene gli assidui delle udienze, sì accorgeva che la cintura dei pantaloni di molti tra loro era cedente su un lato: si trattava del lato dove di solito stava la la pistola, accantonata momentaneamente per la visita in corte d’Assise. Puperta fu graziata nel 1965, ma l’esistenza le riservò ancora lutti personali e coinvolgimenti camorristici. Nel 1982 convocò i giornalisti al Circolo della stampa di Napoli per lanciare una minaccia contro Raffaele Cutolo. «Deve lasciare stare me e i miei, e sappia che se non lo farà sarò capace di sterminargli tutta la famiglia,compresi i bambini nella culla».

Delitto all’arsenico
Ho indugiato sulle «cattive» del passate, perché sono associate ai miei personali ricordi, ma nel libro compaiono, è ovvio anche le assassine della Valchiavenna e Erika De Nardo. Figura invece nelle prime pagine un’avvelenatrice remota, Maria Bonvecchiato, accusata nel 1930 d’aver propinato dosi mortali di arsenico a una giovane, Elisa Merclin, che era dama di compagnia e domestica: e che la Bonvecchiato, sospettata d’avere avvelenato in precedenza il marito, aveva indotto a stipulare un’assicurazione reciproca sulla vita (questa la diabolica trama che fu ritenuta convincente dai giudici). Della Bonvecchiato mi parlò un giorno quel galantuomo generoso che era l’avvocato Cesare Degli Occhi, difensore degli antifascisti quando era pericoloso esserlo, e dei fascisti quando era meglio evitarlo (patrocinava gratuitamente anziani professionisti del borseggio, quasi tutti imputati d’averlo il borseggio solo tentato perché la mano era ormai malferma). Degli Occhi era convinto dell’innocenza della Bonvecchiato, condannata all’ergastolo. Quando lei morì in carcere sul Corriere della Sera fu pubblicato un necrologio commosso. Voluto e pagato dal difensore sconfitto. Non ci sono più gli avvocati d’un tempo. Forse nemmeno le «cattive» d’un tempo.