Il cattolicesimo politico di Alcide De Gasperi: l’esempio ancora attuale

N egli ultimi tempi il dibattito sulla diaspora dei cattolici anima il forum della politica italiana. Si discute sull’opportunità e sul valore di ricostituire un partito in grado di dar voce alle molte anime del cattolicesimo politico. Dopo Tangentopoli e la fine della DC i cattolici si sono riversati in varie forze politiche, il cui arco va dalla destra alla sinistra, anche se la maggioranza tende ad addensarsi al centro. La questione riguardante l’unità politica dei cattolici risale alla fondazione del Partito Popolare (1919), ma assume una particolare rilevanza subito dopo la Seconda guerra mondiale, quando in Italia si profilò la possibilità di una presa del potere da parte del partito comunista. C’era allora chi propugnava l’idea che i cattolici potessero militare in vari partiti e chi, invece, sosteneva la necessità di un unico partito. Prevalse quest’ultimo orientamento e su questa direttiva prese slancio e sviluppo la DC, il cui maggiore esponente, come tutti sappiamo, fu Alcide De Gasperi. Il suo merito maggiore è stato quello di essere riuscito a inserire militarmente, politicamente ed economicamente l’Italia nell’ambito dell’Occidente, garantire la liberal-democrazia e la «società aperta» basata sul libero mercato; non fu il solo, ma certo il suo ruolo fu determinante. Una verità oggi riconosciuta da tutti, come viene confermato dall’agile sintesi storica proposta ora da Aldo G. Ricci, La breve età degasperiana 1948-1953, Rubbettino, pagg. 132, euro 12.
Alla luce dei problemi attuali può essere istruttivo rivedere l’esperienza degasperiana, così come viene riproposta da Ricci. Egli colloca l’azione politica di De Gasperi nel decennio che va dal 1944 al 1954. Ricostruisce la lunga transizione alla democrazia dovuta alla complessa eredità del fascismo, il referendum del 2 giugno 1946, la vittoria elettorale del 18 aprile 1948, la contrastata adesione alla Nato, l’accoglimento del Piano Marshall, i governi centristi che si susseguirono nella prima legislatura, i ripetuti contrasti sociali e ideologici che contrassegnarono lo scontro politico tra la DC e le sinistre, l’impegnativa battaglia per il mantenimento dell’ordine pubblico, l’occupazione delle terre, gli scioperi pressoché interrotti contraddistinti a volte da conflitti sanguinosi, il fallito tentativo di conferire una stabilità politica all’esecutivo con una legge elettorale maggioritaria (la cosiddetta «legge truffa»).
De Gasperi, la cui azione non sempre fu coadiuvata dalle emergenti generazioni democristiane - Moro, Fanfani Andreotti, Colombo, Gronchi, e molti altri - aveva vari nemici e avversari. I nemici stavano a sinistra, in primo luogo comunisti e socialisti, che lo ostacolarono a partire dalla primavera del 1947, quando furono estromessi dal governo; gli avversari si trovavano all’interno della stessa DC, ed erano rappresentati soprattutto da Luigi Sturzo e Giuseppe Dossetti, due personaggi di grande statura intellettuale e morale. Il primo lo incalzava da destra, il secondo da sinistra. Dei due, però, era senz’altro più pericoloso Dossetti, essendo, questi, completamente pervaso da una cultura e da una mentalità anti-liberale, e dunque incapace di comprendere le ragioni laiche di uno Stato di diritto. Come è noto è da Dossetti che prenderanno avvio le diverse correnti cattoliche di sinistra, che se ebbero il merito di alimentare una giusta sensibilità sociale, furono però sempre sorde ad ogni concezione politica e culturale fondata sul primato della libertà dell’individuo.
L’indubbia grandezza politica di De Gasperi fu senz’altro quella di riuscire a mantenere, all’interno della DC, il difficile equilibrio fra le varie spinte contrastanti, riuscendo a contemperare l’istanza democratica e quella liberale. In questo senso il suo cattolicesimo politico costituisce ancora oggi un riferimento etico e strategico molto significativo. Accettò l’aiuto della Chiesa cattolica e di Pio XII, ma non si piegò alle loro direttive. Rispetto ai socialisti e ai comunisti, garantì le libertà fondamentali dello Stato di diritto, senza reprimere le istanze economiche e sociali delle classi lavoratrici. Come scrive giustamente Ricci, se non vi fossero state le grandi riforme di questo periodo - agraria, tributaria, urbanistica -, non vi sarebbe stato poi il miracolo economico degli anni Sessanta.
De Gasperi fu più un uomo di Stato che un uomo di partito.