Il cattolico che conquisterà i moderati

nostro inviato a Parigi

E ora la Francia si prepara a quindici giorni intensi, appassionanti, verosimilmente durissimi. Sarkozy è in testa, con un margine significativo, che però non gli garantisce l’allungo vincente. Dovrà battersi fino all’ultimo voto. Di certo i francesi sono chiamati a compiere una scelta netta. Da una parte «Sarko», il liberale, l’innovatore, l’uomo che, da destra, osa sfidare l’élite degli alti funzionari che da 40 anni occupa i posti cruciali della politica e dell'economia. I veri padroni di Francia sono loro; lui è, davvero, l’uomo della rottura. Dall’altra parte Ségolène, la socialista che ha osato sfidare lo strapotere dei leader storici del Partito, che ha cancellato l’onta della sconfitta di Jospin di cinque anni fa e che può passare alla storia come prima donna presidente. Il suo profilo è contraddittorio: dice di battersi per il popolo e contro le ingiustizie, ma fa parte, da sempre, dell’establishment.
Per arrivare all’Eliseo punterà sulla paura, tenterà di imporre non un «voto per», ma un «voto contro». Contro Sarkozy, naturalmente. È la tattica usata nella fase finale della campagna del primo turno: demonizzare il rivale, continuare a dipingerlo come una persona caratterialmente instabile, impulsiva, vendicativa e dunque poco adatta a guidare il Paese, addirittura pericolosa. La Royal proverà ad alimentare l’ansia collettiva e a spingere i francesi a scegliere il candidato più rassicurante, che preferisce unire anziché dividere il Paese; ovvero lei.
Funzionerà? Non è detto. L’esperienza italiana dimostra che campagne denigratorie, se insistite, possono provocare l’effetto opposto, spingendo l’elettorato a solidarizzare con la «vittima», in questo caso Sarkozy, che finora, saggiamente, ha evitato di rispondere alle provocazioni. Se riuscirà a mantenere il controllo di sé avrà compiuto un grande passo verso l’Eliseo, sebbene non decisivo.
Per vincere occorre sedurre quel 20% di elettori necessari che mancano al traguardo del 51% e che ieri hanno votato per altri candidati. A destra quelli di Le Pen, che ha ottenuto solo il 10,6%, di De Villiers, che vale il 2,3%, e del folcloristico Nihous (1,2%). In tutto oltre il 14%. In passato gli elettori del Fronte nazionale tendevano a disertare il ballottaggio, ma quest’anno la situazione è diversa. Il primo turno lo ha dimostrato: Sarkozy è riuscito a intercettare il voto di protesta di destra; ora non gli resta che accentuare la dinamica. Ed è possibile che lo stesso Le Pen gli dia una mano. Il vecchio leader xenofobo ha un debito di riconoscenza nei suoi confronti, perché senza il suo sostegno non sarebbe riuscito a qualificarsi per le presidenziali. Ieri sera Marina Le Pen ha dichiarato che i loro voti non sono in vendita. In realtà «Sarko» non ha mai cercato l’investitura pubblica del Fronte nazionale, che sarebbe controproducente, ma una benevola neutralità, che appare assai probabile.
Ségolène tenterà di pescare alla sua sinistra, dove però è rimasto ben poco: i sei candidati verdi-comunisti sfiorano il 10%, quasi cinque in meno rispetto a quelli di destra.
Dunque per arrivare all’Eliseo saranno decisivi gli elettori centristi, che ieri hanno permesso a Bayrou di arrivare terzo con un lusinghiero 18,5%. Quei voti sono più di destra o di sinistra? Nessuno lo sa, ma rappresentano una Francia moderata, spesso di provincia e tendenzialmente cattolica. Sarkozy lo ha capito e ieri sera, nel suo discorso di fronte a migliaia di sostenitori in delirio, ha già aggiustato il messaggio, mostrandosi moderato e rassicurante. D’altronde lui cattolico lo è davvero. In campagna elettorale ha reso più volte omaggio a Giovanni Paolo II, rivendicando con orgoglio le radici cristiane della Francia. Tutto l’opposto di Ségolène, che nei comizi ha difeso la laicità contro qualunque ingerenza religiosa e puntando, semmai, sui francesi di origine africana e magrebina. Il 6 maggio potrebbe pentirsene. Sarkozy, il cattolico Sarkozy, è favorito.
Marcello Foa