Per catturare Provenzano 42 notti all’addiaccio

Il vivandiere del boss: non sono un mafioso, ho consegnato solo cinque pacchi

Gian Marco Chiocci

nostri inviati a Palermo

Un giorno di caccia per ogni anno di latitanza. Per l'esattezza sono 42 le notti che i poliziotti hanno trascorso all'addiaccio, rintanati nei casolari, incollati alle cuffie dei microfoni direzionali, gli occhi nei binocoli a infrarossi, i telefonini accesi solo per parlare in codice coi colleghi di Palermo. Quarantadue giorni - si legge nel copioso dossier dello Sco allegata all'ordinanza di custodia cautelare del gip nei confronti dei tre vivandieri di Provenzano - per individuare il postino giusto che recapitava pacchi e pizzini nella pietraia che sovrasta il paese di Liggio, Riina e Bagarella. Sei settimane per capire che la persona giusta da seguire era un insospettabile, un fidatisismo, uno di «Famiglia»: Giuseppe Lo Bue, rappresentante di aspirapolvere nella stessa ditta del figlio del boss, nonché cugino acquisito del Padrino per aver sposato una parente di zu’ Binnu.
L'informativa. Il messaggero entrava e usciva da casa Provenzano senza destare sospetti. La svolta nelle ricerche avviene «nel momento in cui è stato individuato in Lo Bue Giuseppe l'ultimo anello della catena ideale che legava Provenzano Bernardo ai suoi familiari - scrivono gli investigatori. - E così si avviavano le indagini per individuare gli ulteriori passaggi». Il 4 marzo viene scoperto il tramite successivo, Calogero Lo Bue. A seguire l'attenzione cade su Bernardo Riina, «notato ripetutamente mentre si recava direttamente nella masseria dove era nascosto Provenzano a cui portava pacchi con biancheria e cibi nonché il piccolo televisore che risulterà decisivo per il riscontro, all'interno dell'ovile», del fantasma di Corleone. «Lunedì 10 aprile - continua l'informativa - nel servizio di osservazione della masseria di Giovanni Marino, non si registrava la presenza di Bernardo Riina, tuttavia si aveva modo di acquisire importanti elementi di sospetto circa la presenza di un individuo all'interno del casolare dove il 5 aprile Riina aveva depositato alcuni sacchetti». La mattina seguente veniva ripetuto il servizio di osservazione, durante il quale maturava negli operatori il convincimento sempre più forte di una presenza all'interno del casolare. «Convinzione - osserva lo Sco - rafforzata dall'arrivo alle ore 9,58 circa di Bernardo Riina a bordo di una Land Cruiser». Riina entrava nella masseria portando un sacchetto analogo a quello visto, nei giorni precedenti, nelle mani di Giuseppe Lo Bue. Questi gli elementi che hanno convinto della necessità di attuare subito l'intervento nella masseria di Marino, conclusosi con l'arresto del latitante. Durante la perquisizione è stato trovato anche un biglietto manoscritto dal figlio del latitante, Francesco Paolo Provenzano, rientrato a Palermo dalla Germania la sera del 7 aprile 2006». Nel blitz sono saltate fuori due pistole che verranno sottoposte a perizia per verificare se sono state usate per alcuni delitti.
Il verbale del vivandiere. Da buon padre premuroso, Calogero Lo Bue si accolla ogni responsabilità di fronte al gip che lo interroga. Con un unico fine: salvare il figlio Giuseppe che, a suo dire, sarebbe stato all'oscuro di tutto. «Ho aiutato Provenzano - ha ammesso - ma solo per poco tempo, settimane, consegnandogli, effettivamente, cinque pacchi in tutto. Ho commesso il più grande errore della mia vita, sono pentito, chiedo perdono per quel che ho fatto a mio figlio. Io non sono un mafioso, non ho precedenti penali. La mia unica, grande colpa, è quella di aver obbligato mio figlio a fare delle consegne per mio conto, lui non voleva, io ho insistito, io l'ho obbligato con la mia autorità. Mi creda signor giudice, lui non sapeva nemmeno a chi fossero indirizzati i pacchi della signora Palazzolo. Avevo creduto - continua Lo Bue - che se ci pensava Giuseppe a portare i pacchi nessuno si sarebbe insospettito visto che era collega di Angelo (il figlio di Bernardo) ed anche suo parente». E ancora. «La prima volta che seppi chi c'era nascosto e a chi erano destinate le consegne da fare a quel modo - dice papà Calogero - sarà stato l'inizio del mese di marzo. Mi venne chiesto di farlo per compiere un'opera umanitaria. Ho accettato perché lui, Bernardo, è malato e perché mi hanno detto che sarebbe stato per poco tempo. Volevo solo aiutare un povero vecchio. A quanto mi era dato sapere Provenzano era comunque nell'imminenza di abbandonare l'ovile del Marino». Il Gip non crede all'anziano vivandiere, come non crede al ruolo marginale ricoperto dal resto dei pony express corleonesi, che peraltro si sono rifiutati di rispondere. E scrive: «In questa fase cautelare non possono assumere rilievo le dichiarazioni confessorie di Lo Bue, laddove tale corretto comportamento processuale appare soccombente a fronte di una valutazione fortemente negativa della gravità delle condotte poste in essere, sintomo di una spiccata capacità criminale». Nonostante la disperata difesa paterna, Giuseppe Lo Bue viene descritto dallo Sco e dal gip come la prima persona preposta a recapitare alla primula corleonese i pacchi confezionati dalla moglie del Padrino. E nonostante i distinguo, il Servizio Centrale di Protezione ricorda come la famiglia Lo Bue (con la effe minuscola) già in passato avesse avuto relazioni pericolose col boss latitante attraverso un fratello di Calogero senjor, arrestato per favoreggiamento del Padrino nel 1997. Insomma, un vizio di famiglia.