Catturato nel ’98 in Francia: libero dopo sette giorni

da Roma

«Alfredo Davanzo arreté». Così titolava la stampa francese: era il 20 gennaio 1998. Davanzo, condannato in Italia nel 1982 a dieci anni di reclusione per rapina a mano armata, viene rimesso in libertà sette giorni dopo dalla Corte di Appello di Parigi. Esattamente un mese prima, Davanzo aveva firmato, in qualità di «rifugiato politico», un appello al presidente Jacques Chirac e al primo ministro Lionel Jospin chiedendogli di «fare una scelta, chiara e definitiva», sulla loro situazione in Francia.
A scrivere materialmente la lettera fu Oreste Scalzone: «La precarietà del nostro stato non è più temibile...». Infatti, dopo l’entrata dell’Italia nella «zona Schengen» (il trattato intergovernativo tra una parte dei Quindici dell’Unione europea che permette la libera circolazione delle persone e abbatte le frontiere) la posizione di rifugiato politico, che era stata concessa all’inizio degli anni ’80 dall’allora presidente Mitterrand ai condannati degli anni di piombo, era entrata in crisi. Nessun governo francese aveva rimesso in causa, fino ad allora, l’accoglienza data ai rifugiati italiani, ma con Schengen entrò in vigore un automatismo: ogni mandato d’arresto inscritto dai giudici italiani nel Sis (Sistema informatico europeo) si traduceva immediatamente in un ordine di arresto provvisorio in Francia. La lettera a Jospin e Chirac firmata dal brigatista arrestato ieri (rientrato in Italia da uomo libero nell’ottobre scorso) dichiarava «la ferma volontà di non subire un’ingiusta estradizione». Per la legge francese, se l’arresto è automatico per l’applicazione di Schengen, non lo è tuttavia l’estradizione. La Chambre d’Accusation può infatti impedire un’estradizione anche contro la volontà politica del governo, dando solo un «parere favorevole» per la sua applicazione.
Un «parere» che nel caso di Davanzo non è mai arrivato.