Cause in Usa, Parmalat vuole 2 miliardi di dollari

Modello Swiss: ingresso nel capitale dopo una fase di profit sharing

da Milano

Punterebbe a un risarcimento di due miliardi di euro la Parmalat nelle cause contro i colossi bancari Citigroup e Bank of America, indicati come corresponsabili del crac finanziario del 2003. Questo, almeno, è quanto ritengono gli analisti finanziari, anche in relazione all’andamento delle transazioni che l’ad Enrico Bondi ha condotto finora. In Borsa nelle ultime settimane il titolo è cresciuto con forza (anche se ieri ha subito una battuta d’arresto perdendo l’1,46%). L’interesse sul titolo appare comunque e qualcuno parla di fondi in attività. In effetti negli ultimi dieci giorni la Consob ha certificato la crescita oltre il 2% nel capitale di Parmalat da parte di due fondi di investimento internazionali: Goldman Sachs e Zenit asset management. I fondi potrebbero puntare più che altro all’alta liquidità (circa 1,3 miliardi di euro) che il gruppo ha in cassa dopo le transazioni con le banche accusate di compartecipazione al crac. Alcuni analisti affermano che gli accordi raggiunti con le banche italiane (solo per citare i maggiori: 327 milioni di euro da Intesa e 229 da Unicredit) siano stati tutto sommato limitati, forse anche per tenere buone le relazioni, utili in caso di scalata dall’estero. Intanto sono diventati più chiari i tempi delle cause avviate contro i colossi Citigroup e Bank of America, anch’esse tirate in ballo nel crac del colosso di Collecchio: la prima, secondo fonti vicine alla vicenda, potrebbe avere un chiaro indirizzo entro ottobre, la seconda nei primi mesi dell’anno prossimo. E ai mercati sembra piacere la strategia, come confidano fonti vicine al dossier: la prima richiesta di danni a Citigroup per 10 miliardi di euro è evidentemente una base di partenza. Ora si starebbe trattando attorno ai due miliardi, anche se un obiettivo ritenuto realistico è attorno al miliardo di euro. La cifra potrebbe essere il viatico per un accordo simile con Bank of America.
Tanta possibile liquidità (gli 1,3 miliardi più quanto entrerà da queste altre due possibili megatransazioni) fa gola, in vista di un possibile ricco dividendo che i fondi potrebbero costringere la dirigenza a concedere. In questo quadro - si fa notare da Collecchio - a Bondi non interesserebbe lasciare. Non più di una settimana fa il manager è stato a Palazzo Chigi, circostanza che ha fatto ipotizzare un’offerta per dedicarsi alla nuova Alitalia. Ma a Collecchio e dintorni si giura che Bondi è stufo del ruolo di risanatore, ricoperto fin dal 1993, quando si occupò del dissestato gruppo Montedison, e che ora abbia voglia di pensare alla crescita della società che guida. Magari con acquisizioni all’estero in paesi emergenti dove il business del latte è in crescita e dove il gruppo è già presente, senza troppi rischi geo-politici. Parmalat opera già con forza in Sud Africa, Sud America e Canada, dove l’euro pesa parecchio contro le valute locali.