Cauteruccio tra gag e dramma canta la vera anima di Beckett

A Firenze un originale Trittico del grande irlandese

Enrico Groppali

Mancano due settimane al centenario della nascita di Samuel Beckett e cominciano in sordina le iniziative per celebrarne l'impatto sulla scena italiana. La quale appare impreparata a coglierne il profondo significato coi suoi calendari zeppi di mediocri novità commerciali confortati, qua e là, da qualche solitario classico. Stupisce che in un panorama di desolante povertà intellettuale come il nostro nessuno abbia pensato ad una ripresa dei grandi romanzi di Beckett o a varare un'edizione di Tutti quelli che cadono che da noi ebbe sporadica vitalità grazie a Paola Borboni.
Per fortuna ora è la volta di Giancarlo Cauteruccio, uno degli estimatori più intelligenti e sofisticati di quella poetica che ancora esige di essere esplorata negli angoli bui e negli spinosi contrafforti che spuntano tra gli anfratti dei mirabili versi e di quelle sinistre alzate d'ingegno che brillano a intermittenza tra le battute. In questo senso, la decisione di affiancare in un Trittico di straordinaria forza Atto senza parole a Non Io e all'Ultimo nastro di Krapp rappresenta una sfida alla capacità ricettiva del pubblico. Perché, come è già accaduto ad altri spettacoli dell'estroso attore-regista, la scelta di fondo si conferma un esercizio drammaturgico d'alta tensione introspettiva dove i testi genialmente assemblati in uno spettacolo articolato e complesso disegnano un'architettura univoca e affascinante. Con Fulvio Cauteruccio e il suo doppio stralunato che, in Atto senza parole, tramutano il bianco spazio di Scandicci nell'arena candida di un Cinque d'Hiver in miniatura deputato alle loro goffe ed arcaiche prodezze di clown che sembrano provenire da un cosmo alieno per fare posto, subito dopo la fulminea cascata delle gag in stile Helzapoppin, al quadro desolato di Non Io. Dove, cancellandosi come presenza fisica per stagliare una performance vocale di impressionante autorità, le labbra arcuate a tagliola di una cantante-attrice come Monica Benvenuti raccontano per squisiti dettagli l'atroce parabola di una bocca con accenti ispirati ad Artaud. Per finire alla grande con l'ultimo Krapp di Giancarlo perso dietro al magnetofono come fosse una storta densa di alchemici vapori.

TRITTICO - di Beckett Regia e interpretazione di Giancarlo Cauteruccio, con Fulvio Cauteruccio e Monica Benvenuti. Firenze, Teatro di Scandicci, fino al 16 aprile