Il cauto fruttivendolo con due spine nel cuore

Pacato e buon affarista, soffriva quando la gente snobbava le sue origini nobili E un «Trattato» in cui avanzava tesi ardite lo indusse all’anonimato

Nonostante fosse il minore di quattro fratelli, fu il Nostro che alla morte del padre volle rilevarne l’attività. Liquidò i due maggiori, prese con sé il terzo, Gabriel, e finito il lutto riaprì la rivendita di frutta secca. Era una bella bottega nelle vicinanze del porto al quale i nuovi gestori applicarono l’insegna coi loro nomi: «Bento y Gabriel».
Bento, che aveva 22 anni e che molti chiamavano anche Benedetto, era un tipo energico. Di aspetto tipicamente mediterraneo, aveva capelli neri arricciati, sopracciglia nere, occhi neri piccoli e vivaci, la pelle del volto bruna. Non era molto tagliato per fare il mercante, ma tutt’altro che uomo da lasciarsi mettere i piedi in testa.
Una volta che, dopo infiniti solleciti, un suo debitore, certo Alveres, rifiutò definitivamente di restituirgli i 500 fiorini che gli doveva, Bento lo fece arrestare. I gendarmi lo trascinarono al «Caffè dei quattro olandesi» dove il Nostro li aspettava per avere un chiarimento col furfante. Al suo arrivo, Alveres, senza una parola, colpì Bento con un pugno in testa. Sopraggiunse anche un fratello del debitore che cominciò a strattonare il Nostro, gli fece cadere il cappello e glielo calpestò. Quando con l’intervento delle guardie tornò la calma, Benedetto per nulla intimidito pretese ancora una volta il pagamento del debito e chiese pure il risarcimento del cappello. Lo fece con insistenza e dovizia di argomenti, sotto l’occhio vigile dei gendarmi. Gli Alveres capirono che, con quell’osso duro e l’incomodo di essere sorvegliati a vista, non l’avrebbero spuntata. Si arresero. Tirarono fuori i soldi, estinsero il debito e risarcirono il cappello. Il Nostro pagò a tutti una consumazione.
Tuttavia, a causa forse di questa sgradevole avventura, Bento decise di cambiare vita, lasciare la città e isolarsi in campagna. Un peccato per gli affari che lì potevano prosperare. Il viavai era continuo e nel porto affluivano in quegli anni i maggiori mercanti d’Europa, ma anche ricchi fuorusciti che si erano messi nei guai nei loro Paesi: ugonotti, ebrei, ricercati dall’Inquisizione. Tutti attratti dalla fama di tolleranza della città che uno di questi perseguitati, l’ugonotto francese Pierre Bayle, definì «la grande Arca dei fuggiaschi».
In campagna l’ex negoziante, che era ben più raffinato di quanto il precedente mestiere non richiedesse, si dedicò agli studi. Contemporaneamente, per sbarcare il lunario, esercitava l’ottica. Costruiva sia telescopi sia microscopi, tagliando con incredibile precisione le lenti, dotato com’era di pazienza, grande cautela (il motto del suo blasone era «Caute», lo stesso che campeggia oggi sulla lapide della tomba), spirito di geometria. Fu grazie a uno dei suoi rinomati microscopi che il patologo, Theodor Kerckringh, scoprì nei capillari del fegato umano «una quantità infinita di bestioline piccolissime», cioè di microrganismi e virus ancora sconosciuti in quella metà del Seicento.
Al blasone, cui abbiamo accennato, Benedetto teneva molto nonostante fosse di piccola nobiltà. Ma fiero delle origini portoghesi, ne era orgoglioso. Sull’arme, c’era una grossa rosa. Alludeva all’aculeo del suo cognome che, come prescrive il Gotha, era preceduto dal «de» nobiliare. In Francia suonava «des Epines» e in Germania «von Dornen», modi in cui l’ottico era talvolta citato dagli studiosi di quei Paesi.
La sua vita provinciale si protrasse tranquilla per anni finché non pubblicò un Tractatus che gli sconvolse l’esistenza. Nell’opera sottoponeva a critica filologica la Bibbia, dando un’interpretazione razionalistica al racconto giudaico-cristiano. Così, miracoli o eventi soprannaturali di cui le Sacre Scritture sono piene furono da lui considerati non già testimonianza dell’esistenza di Dio, bensì segno di credulità, superstizione e ignoranza. La tesi, considerata opera del diavolo, gli procurò l’ostracismo non solo della Chiesa e della Sinagoga (alla quale Bento era appartenuto), ma anche dei filosofi del tempo. Gli furono affibbiati i peggiori epiteti: «ex giudeo blasfemo», «Cerbero», «astuto impostore». L’inglese David Hume definì «ripugnante» il suo sistema, ma poi lo parafrasò con opportune correzioni in un suo saggio senza citare la fonte. A causa di questo odio, il Nostro fu costretto a pubblicare i libri successivi omettendo il proprio nome.
Fu proprio sul nome che, dopo la morte del Nostro a soli 45 anni, si accanirono i suoi rivali citandolo sempre senza il «de» nobiliare. Un simbolico attentato all’integrità della persona. Uno sfregio crudele e così radicato che anche noi oggi lo chiamiamo come i suoi detrattori.
Chi era?