Il cauto Romano a disagio nei panni dell’incendiario

Dai tempi dei volontari azzurri definiti «mercenari», Prodi si vede costretto a inasprire i toni per accreditarsi come guida della sinistra

da Roma

«Sciagurata» la devoluzione. «Irresponsabile e classista» la Finanziaria, «la manovra di chi sta scappando». Un «tradimento della volontà popolare» e un «tentativo di limitare i danni» la riforma elettorale. E se poi guardiamo, dice Romano Prodi, il bilancio di cinque anni di governo della Cdl, quello è addirittura «disastroso»: a Palazzo Chigi ci sono degli «inetti», degli «incapaci» e «noi non meritiamo di essere governati così male».
Duro, durissimo, quasi aspro. Dove è finito il pacato Professore bolognese? Che fine ha fatto il bonario parroco di campagna raffigurato nelle vignette degli ultimi dieci anni? In quale angolo si è nascosto l’ex manager pubblico entrato in politica senza battere i piedi e senza alzare la voce? Dove è sparito lo studioso che preferiva il ragionamento, anche un po’ noioso, agli slogan? E il ciclista sempre sorridente, su quale collinetta sta adesso pedalando?
Perché ora, in piazza del Popolo, c’è un’altra persona. C’è un uomo che la voce la alza e i piedi li batte, che vuole farsi sentire, che ha deciso di martellare la maggioranza su tutti i fronti: economia, politica estera, riforme. Certo, a sei mesi dalle elezioni può sembrare normale, come si dice in questi casi, riporre il fioretto per passare alla mazza. Lo stanno facendo tutti i leader di entrambi gli schieramenti e, alla vigilia di uno snodo cruciale come il passaggio alle Camere della legge elettorale, i toni del dibattito si sono naturalmente infuocati. Ma a ben vedere la trasformazione del linguaggio prodiano parte da più lontano, da quando definì «mercenari» i volontari azzurri che Berlusconi voleva sguinzagliare per l’Italia. Poi, da quando il ritorno al sistema proporzionale è diventato una possibilità concreta, il Prof, senza un partito di riferimento alle spalle, ha dovuto inasprire i suoi discorsi per accentuare il suo ruolo di leader di tutta la coalizione di centrosinistra.
Così eccolo che parla nella piazza dei grandi oratori del passato, scortato dai segretari dei partiti, incorniciato dall’emiciclo del Valadier. Attacca il Cavaliere e tira in ballo il Quirinale, «umiliato» dalle leggi della Cdl. Affonda i colpi sulla politica estera «ridotta ad incontri conviviali nei ranch, nelle dacie, nelle sfarzose ville private fortificate con i nostri soldi», e l’allusione a Villa Certosa gli fa guadagnare uno delle ovazioni più rumorose. Appare in forma, dimagrito, allenato. Sale le scale di corsa. Sorride e si guarda attorno, tra tutta quella gente, in mezzo alle bandiere, nel centro di questo storico teatro della politica italiana, sul palcoscenico calcato da Almirante, Andreotti, Nenni.
Prodi alla fine è contento. Una manifestazione dura? No. «Una dimostrazione di forza serena e non aggressiva», dice. Ma si vede che sono panni non suoi. Lo aveva confidato lui stesso, giorni fa, sull’aereo che lo riportava a casa da New York: «La vera differenza non la fa il numero di persone, ma il luogo. Quando parli in piazza, per il tono sostenuto che devi avere, è come se la tua voce suonasse non vera. Ti senti e avverti un suono falso». Il Professore insomma si sarà pure agguerrito, però non ha le caratteristiche dell’animale da arena.
Per questo motivo i suoi collaboratori hanno gli organizzato una campagna elettorale su misura. Niente comizi e molti faccia a faccia. Pochi discorsi e tanti incontri da salotto, con un imprenditore o un giornalista che pone un problema specifico e lui che risponde. «Una modalità - spiega Giulio Santagata, direttore della campagna per le primarie - che punta sull’analisi e sul convincimento e non sull’emozione». Ma siccome ogni tanto in piazza bisogna andarci, sotto con gli effetti speciali.