Il Cav non ci crede: «Lasci la Camera ed entri al governo»

RomaFosse una scuola elementare invece dell’aula di Montecitorio sarebbe una partita a palla avvelenata dove tutti giocano a non farsi colpire dal tiro che sancirà definitivamente chi è il responsabile della crisi. Ed è questo il senso dell’ennesima (e inutile) mediazione portata avanti in queste ore dalla Lega con tanto di faccia a faccia tra Bossi e Fini in programma per domani. Un esercizio retorico che difficilmente porterà da qualche parte, a meno di un’imprevedibile giravolta del Carroccio e di Tremonti a favore di un esecutivo che archivi Berlusconi.
Insomma, nonostante l’altolà del Colle a Fini, è difficile che la singolare mediazione del Senatùr possa portare qualche risultato se non quello di allungare i tempi. Non tanto perché al Cavaliere e alla Lega fa comodo scivolare verso fine anno così da ridurre le quotazioni di un governo tecnico, quanto perché sembra che Napolitano non si sia limitato a un appello pubblico di responsabilità in vista del voto sulla legge di Stabilità ma abbia alzato il telefono e chiamato direttamente il presidente della Camera invitandolo a darsi una calmata perché il momento politico è delicato e la sua sovraesposizione istituzionale inizia ad essere un problema. D’altra parte, pure uno sempre prudente e misurato come Gianni Letta in privato pare non abbia nascosto la «grande sorpresa» per un «attacco tutto politico al premier e al governo» che non è più conciliabile con il ruolo di garante delle istituzioni. E non è un caso che tra le varie ipotesi di «compromesso» al vaglio ci sia anche quella delle doppie dimissioni. Berlusconi farebbe un passo indietro per aprire una crisi pilotata (con successivo reincarico) se Fini fosse disponibile a dimettersi anche lui. A quel punto, sarebbe stato il ragionamento fatto nell’incontro di Arcore di due giorni fa, l’ex leader di An potrebbe anche entrare nel governo ed assumersi le sue responsabilità invece di fare politica dalla poltrona più alta di Montecitorio.
Insomma, più che ipotesi congetture. Al momento niente di più. Tanto che il Cavaliere segue l’ennesima trattativa con un certo scetticismo e prendendola per quel che è. Un esercizio di stile che difficilmente porterà un qualche risultato. Se non quello di far slittare alla prossima settimana le minacciate dimissioni di Ronchi e del resto della pattuglia del Fli al governo. Con Fini che raccoglie l’invito del Colle in vista del voto sulla legge di Stabilità e la Lega che si avvicina al via libera dei decreti sul federalismo fiscale (che devono passare anche per una commissione bicamerale ad hoc dove il finiano Baldassarri è ago della bilancia). Ecco perché Berlusconi non si stupisce più di tanto quando gli riferiscono che il governo è andato sotto tre volte alla Camera sull’immigrazione (si votava il trattato Italia-Libia). E poco importa se i rumors raccontano di un Fli diviso con tre o quattro deputati che non avrebbero seguito le indicazioni del capogruppo Bocchino. Il punto, infatti, è che Fini ha deciso di mostrare i muscoli e certificare che può essere determinante proprio nelle ore in cui si era riallacciato un seppur flebile dialogo. E lo ha fatto su un provvedimento caro non solo premier ma anche alla Lega. E se il Carroccio decide di non affondare colpi e andare allo scontro con i finiani è solo perché la palla avvelenata ancora non è andata a bersaglio.
Quel che è certo, invece, è che il mandato a trattare a Bossi manda in subbuglio i vertici del Pdl. In queste ore infatti sono lui, Calderoli, Maroni e Tremonti (leghista di fatto) a tenere i rapporti con Fini. E se è chiaro che a mediare non potevano essere gli ex colonnelli di An, pare che i big azzurri non abbiano preso affatto bene l’esclusione. Così - s’è ragionato ieri durante una riunione emergenziale a Montecitorio - non facciamo che regalare voti alla Lega.