Il Cav si distrae sempre fuori dagli orari d’ufficio

Caro dottor Granzotto, sono d’accordo che la Minetti s’è rivelata un po’ stupida, che le altre frequentatrici delle serate berlusconiane hanno generato uno tsunami di pettegolezzi intellettualmente non esaltanti, che tra loro ci sono escort, aspiranti attricette, miss fallite e mignotte. Ma, santo Iddio, pensare che queste erano invitate in massa dal nostro Silvio, con totale sprezzo del ridicolo, ecco, non mi rende orgoglioso di averlo sempre votato. Da lui m’aspettavo che rivoltasse l’Italia, non gli indumenti di tali ragazzotte.
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Bé, se lei, caro Schiavini, ne fa una questione estetica non posso darle né torto né ragione. Avendo ciascuno i propri gusti, i propri ideali parametri non dico della bellezza, ma della femminilità, mi limito a prendere atto. De gustibus non est disputandum, per dirla in maccheronico. Mi viene sempre in mente Sciascia, che nel suo Occhio di capra distingueva l’oggetto del desiderio dei suoi sanguigni e galanti conterranei. La donna sognata, inseguita e deificata era l’«inglesa». Non necessariamente di nazionalità britannica (la Sicilia contò in un recente passato una numerosa colonia inglese, giuntavi per fare affari o semplicemente perché terra calda, luminosa e atta alla joie de vivre), ma comunque di capello biondo o rosseggiante, di polsi e caviglie sottili, di occhi azzurri, di flessuosa struttura e di mulìebri attributi non soverchianti. Questa era l’«inglesa». Però, dopo tanto struggersi e parlarne e riparlarne nella barbieria o al Circolo con amici e conoscenti, il siciliano finiva per scegliere (e sposare) una bellezza mediterranea, occhi e capelli neri come l’ala del corvo, prorompente, ben pigmentata e tutta un saliscendi di curve. Una donna, mi par di ricordare aggiungesse Sciascia, che richiamava alla mente il lucumme, o turkish delight. Quel dolce d’origine ottomana morbido al dente e profumato all’acqua di rose e limone e pistacchi e mandorle e cannella e altre spezie inebrianti. Bene, a quanto sembra il Cavaliere propende, e senza esitazioni, per il tipo lucumme. O suppergiù. Gliene vuole fare una colpa? Quanto poi al perder tempo nel rivoltare quel che lei dice tralasciando di rivoltar l’Italia, ecco, qui proprio non la seguo. Le risulta che abbia mai marcato visita, il presidente del Consiglio? Quello è uomo che dorme quattro ore a notte, roba che a me quasi non bastano per la pennichella. Diciamoci la verità, caro Schiavini: chi ha speso energie, malizia, slealtà e impegno per frenare l’azione riformista del Cavaliere è stato - ed è - caso mai Gianfranco Fini, non le cento e cento scutrettolanti lucumme delle quali il Berlusca ama, a casa sua e fuori orario di lavoro, di tanto in tanto circondarsi. Ma questo lei non lo ignora di certo, sapendo ben distinguere il grano dal loglio. Tant’è che nel suo legittimo sbottare contro le notti di Arcore non ha tirato in ballo la «questione morale» che invece alimenta le isterie dei «sinceri democratici» e il tardo femminismo di risulta delle Concite De Gregorio. Ma lo sa che le mamme da costei scatenate sostengono, fra le altre cretinate, che la tendenza a sgallettare di falangi di ragazze «senza istruzione, cultura, consapevolezza, dignità», lo sgomitamento di tante veline e meteorine per guadagnarsi la fotografata su un qualche rotocalco, la pulsione delle D’Addario a profittare dei beni donatele da madre natura per affermarsi nel rutilante mondo delle escort è colpa di Berlusconi? Che avrebbe traviato un’intera generazione indirizzandola al bunga bunga esistenziale? (Alla prossima tornata si torna a votare il Cavaliere, caro Schiavini. Vorrà mica darla vinta ai Tartufi e alle Tartufe che ieri ce la menavano col corpo è mio e me lo gestisco io e oggi insorgono, recitano novene, vanno in processione da San Santoro - quello che si pittava i capelli di biondo platiné - se qualche bella guagliona si concede alla «palpazione concupiscente». Ma vadano a quel paese!).
Paolo Granzotto