Il Cav: "Sui licenziamenti solo falsità, noi puntiamo a creare più lavoro"

Il premier <em></em>spiega le misure anti crisi come quelle che modificano l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori: "La polemica sui licenziamenti facili è figlia di una cultura ottocentesca". <strong><a href="/interni/articolo_18_e_totemper_pochi_privilegiati/licenziamenti_facili-articolo_18/29-10-2011/articolo-id=554235-page=0-comments=1" target="_blank">L'art.18 è un totem per pochi privilegiati</a></strong> / <strong>N. Porro</strong>

Pubblichiamo la lettera che Silvio Berlusconi ha scritto al "Foglio",nella quale il premier spiega le ulti­me misure anti crisi e in particolare quelle che modifi­cano l’art. 18 dello statuto dei lavoratori. «La polemica sui licenziamenti facili è figlia di una cultura ottocente­sca che ignora i cambiamenti del mercato mondiale ».

Gentile direttore, bisogna stare attenti alle parole, come sapete voi del Foglio. «Austerità» non fa parte del mio vocabolario. Responsabilità sì, autonomia sì, libertà sì, ma austerità no. La polemica sui «licenziamenti facili» è figlia di una cultura ottocentesca che ignora i cambiamenti del mercato mondiale ed è oltraggiosa per l’intelligenza degli italiani: già ora nelle aziende con meno di 15 dipendenti, dove lavora circa la metà degli occupati, non vige la giusta causa.
E se ora il governo si propone di intervenire sui contratti di lavoro, seguendo la strada indicata dal disegno di legge presentato dal senatore dell’opposizione Pietro Ichino, è solo per aumentare la competitività del Paese, aprire nuovi spazi occupazionali per le donne e per i giovani, e garantire a chi perde il lavoro l’aiuto della cassa integrazione per trovare una nuova occupazione.
Di fronte al compimento di una fase critica e turbolenta, e dopo che in Europa il nostro e altri governi hanno chiesto e ottenuto impegni finanziari a difesa dell’euro, dando assicurazioni sulle riforme e un calendario impegnativo per la loro realizzazione, si va purtroppo dipanando una campagna fatta di ipocrisie e falsità, che tende a rovesciare come un guanto il senso delle cose. Ci siamo impegnati per la crescita, per lo sviluppo, per più efficaci regole di concorrenza, di competitività, di mobilità sociale, non per deprimere l’economia e rilanciare la lotta di classe, che come ho detto in Parlamento è finita da un pezzo.
La rete di protezione sociale, in specie sul tema del lavoro, è tutto sommato abbastanza solida in Italia, e nessuno vuole sfilacciarla. Il problema è di ridurre le cattive abitudini, scongiurare un’estensione abnorme del lavoro precario, offrire un futuro qualificato ai giovani e alle donne rimuovendo solo e soltanto le rigidità improprie che impediscono l’allargamento della base occupazionale e produttiva, per avvicinarci agli obiettivi del Trattato di Lisbona sulla partecipazione al mercato del lavoro, purtroppo ancora lontani.
Gli imprenditori del XXI secolo non sono i padroni delle ferriere dell’Ottocento, non si svegliano al mattino con l’impulso di liberarsi di manodopera per gonfiare profitti. E i lavoratori sono titolari di forza contrattuale e di diritti, non schiavi sociali. Non dobbiamo sottometterci alla caricatura di noi stessi.
Il lavoro è cambiato. Sono cambiati i bisogni e le aspettative sociali. Il lavoro socialmente tutelato ha le sue ragioni, ma gli investimenti in ricerca e in sviluppo, il rischio d’impresa e il ruolo delle politiche pubbliche si misurano con la capacità di competere produttivamente in una dimensione infinitamente più grande e varia che nel passato, di rendere il lavoro un’utilità sociale di cui andare orgogliosi, una scala da salire per vedere meglio l’orizzonte, non un buco in cui ripararsi.
Sono cose che anche la migliore cultura riformista di una grande filiera di tecnici del diritto del lavoro, al di là delle diverse appartenenze, ha sempre coerentemente sostenuto. Siamo tutti chiamati a un grande senso di responsabilità nell’interesse dell’Italia e dell’Europa. Mi affido al senso della realtà dei sindacati, a una resipiscenza di senso comune nelle opposizioni, e soprattutto all’intelligenza paziente, tendenzialmente infinita, del nostro popolo.
Abbiamo un orizzonte stretto e ravvicinato per varare alcuni provvedimenti in favore del lavoro e dello sviluppo, capaci di rimettere in moto la produzione di ricchezza nel manifatturiero e nei servizi, in particolare capace di restituire orgoglio e fiducia al Mezzogiorno italiano, e diciotto mesi di serio e responsabile lavoro prima del compimento della legislatura.
Avvilire il tutto in manovre di concertazione corporativa, in giochi di palazzo e di vecchia politica, non è la soluzione auspicata dalla maggioranza degli italiani. Possiamo e dobbiamo fare di meglio. Siamo europei e liberi cittadini di un’Unione che ha battuto un colpo sonoro nell’ultimo vertice di Bruxelles, l’Italia ha dei vincoli ma anche dei vantaggi da sfruttare.
Rimettere in moto la macchina demagogica del catastrofismo e del pessimismo può essere l’istinto politicista di pochi, ma non deve essere la pratica dei molti, nella maggioranza e perfino nell’opposizione, che si rendono conto della necessità di crescere. Stimolata a dovere, in un nuovo clima di cooperazione che non ha alternative, l’economia italiana, che dipende dal funzionamento del sistema politico e dal comportamento della società civile, può vincere anche questa sfida. Io ci scommetto fiducioso. Altro che austerità. Cordiali saluti
*Presidente del Consiglio dei ministri