Il Cavaliere accusa il governo: «Ha screditato i nostri 007»

L’ex premier: «Un danno irreversibile alla difesa del Paese». I legali di Mancini (Sismi): «Si indaghi sul ruolo della Digos nel sequestro dell’imam»

Stefano Zurlo
da Roma
Incrociamo le dita, tocchiamo ferro, preghiamo. Dopo lo tsunami giudiziario (e mediatico) che si è abbattuto sui nostri servizi segreti per il caso Abu Omar, nessuna «agenzia» straniera vuol più avere a che fare con i nostri 007. L’ha ribadito ieri l’ex premier Silvio Berlusconi sulla scia di un malcontento diffuso nel Sismi già reso pubblico dal solo presidente emerito, Francesco Cossiga, grand’esperto di cose d’intelligence. «Se ci sono delle responsabilità - ha detto ieri il leader della Cdl - è giusto che siano evidenziate ma dopo quello che si è fatto con la rivolta sul caso Abu Omar, i nostri servizi non sono più considerati interlocutori possibili da parte degli altri Servizi internazionali. Abbiamo recato alla difesa del Paese e a tutti noi un danno che ormai è irreversibile».
E mentre si fanno sempre più insistenti le voci di un ricambio al vertice del Sismi con l’addio di Nicolò Pollari (nonostante la conferma del segreto di stato su Abu Omar da parte del governo) i legali del capo del controspionaggio, Marco Mancini, insieme ad altri quattro avvocati che difendono altrettanti capicentro del Servizio, hanno depositato una corposa istanza per sollecitare nuove indagini. In particolare chiedono di scavare sul ruolo effettivamente ricoperto dalla Digos che pedinava il religioso egiziano e che, dopo il rapimento, è stata incaricata di seguire le indagini.
L’azione del pool difensivo nasce dalla lettura di quelle parti d’incidente probatorio del 30 settembre scorso nelle quali il maresciallo Pironi, detto Ludwig, unico reo confesso del sequestro, racconta di come il «capostazione» della Cia a Milano, Robert Lady Seldon, avesse un rapporto «operativo» diretto e preferenziale con la polizia e non con gli 007 di Pollari, questi ultimi «nemmeno in grado di localizzare Abu Omar». Seguendo le parole di Ludwig, gli avvocati ricordano poi come Lady «fosse ben informato degli spostamenti e delle abitudini» dell’imam, avesse a disposizione «le informative della Digos sui pedinamenti», e fosse in grado di rassicurare il maresciallo nell’imminenza del blitz «perché la Digos aveva sospeso i controlli». Come se non bastasse, continuano i legali, «il referente di Bob Lady nella Digos di Milano era Bruno Megale, il funzionario al quale sono state affidate le indagini sul sequestro».
Ciò detto, la difesa chiede di svolgere accertamenti approfonditi sui rapporti fra Digos e Cia poiché, in atti, non ve n’è traccia ad eccezione di una nota del 29 giugno 2006, ovvero «a tre anni dall’inizio delle indagini svolte dalla stessa Digos» inoltrata al Pm «in esito a una richiesta “orale”» del medesimo magistrato. Nella relazione si parla di «rapporti informali» con Lady «di cui era stata messa a conoscenza la competente autorità giudiziaria» (non si specifica il nome del pm) «che ne aveva dato l’avallo». Nonché di «scambi di informazioni» fra Digos e capocentro della Cia, cioè fra polizia giudiziaria e Servizi stranieri, che - come scrive il pm Spataro al procuratore Minale il 29 giugno 2005 - sono espressamente vietati. La richiesta punta infine all’audizione del pm Stefano Dambruoso, precedente titolare dell’inchiesta, e a conoscere tutti i numeri di telefono contattati prima, durante e dopo il sequestro da Bob Lady «in quanto fra gli atti depositati non sono stati rinvenuti i tabulati completi» che potrebbero regalare sorprese tali da stravolgere l’impianto accusatorio.