Il Cavaliere adotti la Festa dell’Unità

S e è vero quello che scrive il Foglio, «Bondi spiazza tutti con le incursioni a sinistra», è allora al nuovo ministro della Cultura che devo indirizzare il mio nuovo appello: salvi lui la Festa dell’Unità, e interceda presso il capo del Popolo della libertà perché adotti quella formidabile denominazione, ricca di storia e di memoria, non solo a sinistra, e tanto «padana» per le feste del nuovo popolare partito.
La Festa dell’Unità è la festa politica per eccellenza, ed è la festa della politica, intesa come incontro e divertimento, ma anche dibattito, cinema, grandi pranzi e grandi cene. In quelle feste la politica non è il potere di pochi ma il piacere di tutti, è partecipazione, è rispetto dell’avversario (applausi anche a Fini, a Maroni, forse una volta a Berlusconi). Ora sciogliendosi il Pci-Pds-Ds in Partito democratico ma con una componente democristiana-popolare-margherita, il rispetto dell’uno verso l’altro e con l’altro, diventati uno e basta, invece di portare, come sarebbe logico e conseguente, all’«unità» porta alla sua dispersione. Ci si unisce e per far dimenticare l’«unione», si perde l’unità. Resta la festa. Ma è troppo poco. E dalla fusione di Festa dell’Unità (Pci-Pds-Ds) con la Festa dell’Amicizia (Dc-Popolari-Margherita) viene fuori la kennedyana-clintoniana-veltroniana e ora obamica Festa Democratica, subito trasferita nell’idioma universale, e molto giovanilistico: Democratic party.
E allora immaginiamo i contadini e gli operai, i bagnini e i commercianti, i ragazzi impegnati, e quelli disimpegnati dalle università alle discoteche, i militanti e i comunisti romantici avviarsi nei pomeriggi d’estate, anzi nei weekend, al Democratic party di Modena, di Reggio, di Ferrara, di Ravenna, di Pesaro, di Forlì. Solo Bologna resiste. E giustamente il segretario provinciale Andrea De Maria ha dichiarato intelligentemente, e certo di incontrare il favore intellettuale, del ministro Bondi, già sindaco comunista di Fivizzano, e pieno di nostalgie e di memorie, trasferite in poesia in uno spirito gozzaniano: «Il termine Unità è un nome molto bello ed è in sintonia con i sentimenti della nostra gente».
Così Bologna resterà il presidio di un bene culturale altrove minacciato e rimosso, come se Berlusconi acquistando la Mondadori l’avesse chiamata Silvio Berlusconi Editore, o se Agnelli comprando Rizzoli e Bompiani le avesse chiamate Agnelli Editore. Pochi sanno che Berlusconi ha acquistato anche la Einaudi ma si è guardato bene dal cambiarle, non solo il nome, ma anche lo spirito e la linea culturale, rigorosamente di sinistra. Con lo stesso spirito, insieme a Bondi, Berlusconi può non comprare ma adottare la Festa dell’Unità, le Feste dell’Unità e restituire agli italiani il decoro di una storia e la memoria di adolescenze appassionate e ora derelitte. Lasciando che i nuovi orfani del Partito democratico si avviino, con i bambini per mano (penso soprattutto a Veltroni e Franceschini) ai Democratic party con cui hanno tentato di risolvere il matrimonio riuscito (o fallito?) di ex democristiani e di ex comunisti.
Vittorio Sgarbi