Il Cavaliere cerca l’aggancio al treno della ripresa Usa

Mario Sechi

da Roma

Il doppio ruolo di Berlusconi - presidente del Consiglio e leader del centrodestra - viene visto da qualcuno come un ostacolo all’azione politica del premier dopo il No di Francia e Olanda all’Europa. Ma non sempre i doveri istituzionali sono un freno all’interpretazione del sentimento dei cittadini, spesso aiutano a trovare il giusto bilanciamento.
In questo caso la presa di posizione di Berlusconi sul caso Ciampi-Lega ha avuto l’effetto immediato di ribadire che il leader della Cdl è sempre il Cavaliere, che in alcuni passaggi delicati è pronto a far pesare la sua parola e che il tasso di europeismo del governo nel suo complesso non può essere messo in discussione neanche da una forza importante come la Lega. Il presidente del Consiglio si è messo in ascolto dell’opinione pubblica sul tema dell’Europa, ma non offre sponda a chi vorrebbe arruolarlo nel partito degli euroscettici. Berlusconi non dimentica di aver battezzato la Costituzione europea a Roma nella sala degli Orazi e dei Curiazi, ma non vuole passare nelle file di chi dopo il voto di Francia e Olanda «vuol far finta di nulla». In questo senso è vicino alle tesi del presidente del Senato Marcello Pera che al convegno di Lucca sulle Relazioni transatlantiche, organizzato dalla Fondazione Magna Carta, ha affermato: «Bisogna cambiare strada e puntare sull'economia. Non si può far finta che non sia successo niente». La moneta unica non si discute («ora non è questo il punto cruciale della discussione» ha spiegato il vicepremier Giulio Tremonti), la stabilità del mercato valutario è un valore a cui non si può rinunciare sognando un ritorno alle «svalutazioni competitive» dell’epoca della lira. Secondo il presidente Pera «il problema non è mantenere l'Euro o tornare alla lira, ma quali politiche di rilancio economico l'Europa intende assumere, quali posizioni in particolare sul suo sistema di protezione sociale, quali politiche di sviluppo e infrastrutture. Tutto queste sono risposte che l'Europa non sta fornendo ai cittadini e, per di più, in una situazione in cui l'Europa manca manifestamente di una sua identità».
Non è una questione di moneta, ma di distribuzione della ricchezza e di benessere. Berlusconi guarda a Est e a Ovest con due visioni differenti. A Oriente l’Europa deve fronteggiare il drago cinese, a Occidente ha un alleato storico, gli Stati Uniti, quella locomotiva americana a cui il Vecchio Continente non riesce ad agganciarsi per colpa delle troppe regole, dei lacci e lacciuoli («l’euroburocrazia» evocata dal premier dopo il No di Parigi). Una situazione dipinta dal Wall Street Journal l’altro ieri con un commento intitolato «La malattia dell’Europa». «Negli anni Ottanta e Novanta gli Stati Uniti hanno creato 40 milioni di posti di lavoro, mentre l’Europa 10 milioni» spiegava il quotidiano americano mettendo in evidenza il fallimento del modello europeo fondato su un eccesso di welfare, aiuti di Stato, protezioni sindacali, periodi di riposo, tassazione e alto costo del lavoro. «Le sole nazioni europee che sono cresciute in questi anni - l’Irlanda negli anni Novanta e ora le nazioni dell’Europa centrale - sono quelle che hanno ignorato le regole sull’armonizzazione». Il presidente del Consiglio su questi temi ha l’occasione straordinaria di cogliere la palla al balzo, subito, nel prossimo consiglio europeo. L’indebolimento dell’asse franco-tedesco è nei fatti, lo stesso ministro degli Fini l’ha ribadito al Giornale qualche giorno fa. L’Italia può - e deve - riprendere in mano il programma dell’agenda di Lisbona su occupazione e sviluppo, farsi promotrice di una politica neo-atlantista insieme a Gran Bretagna, Polonia e ai paesi dell’ex cortina di ferro. Rafforzare l’asse con gli Stati Uniti e liberare l’Europa dai suoi tabù (come li chiama il Wsj) non è antieuropeismo, ma la traduzione positiva del voto di Francia e Olanda. I cittadini sono favorevoli all’Europa se porta benessere e sviluppo, la classe dirigente non è spargere panico e amplificare l’ansia, ma nobilitare e il segnale dei cittadini che dicono «con questa Europa basta».