Il Cavaliere e i giovani: un test per il centrodestra

La performance di Silvio Berlusconi davanti alla platea di Azione giovani, politicamente parlando, è un balsamo che funziona meglio della pozione di Obelix o dell’elisir del dottor Scapagnigni. Perché, insomma, si trattava di confrontarsi per la prima volta con un pubblico tosto. Quello dei giovani di destra, quello che viene da altre storie, segue suggestioni diverse dall’efficientismo aziendalista e quando si figura il Cavaliere pensa prima a uno spartiato, a Russell Crowe nel Gladiatore, a Parsifal o a Aragorn del Signore degli Anelli.
Invece è finita così, con la standing ovation e gli applausi a scena aperta che hanno sforato di svariati decibel il livello dell’educata accoglienza. Un balsamo, dicevamo, visto che si trattava di un test, informale e settoriale quanto si vuole, ma pur sempre un bel test, per misurare sul campo se e quanto funziona il dialogo con quel pezzo di società che non è mai stato troppo frequentato in passato dai leader della Casa delle libertà: il mondo giovanile.
Gli under 35. Quelli allevati a pane e paura del futuro. Quelli che la legge Biagi sì, per carità, cosa buona e giusta, ma devo metter su famiglia e non ho voglia di fare l’ultraflessibile. Un altro uomo politico, nel salotto esigente di alleati staccati di un paio di generazioni, si sarebbe presentato in panni veltronoidi, ultra-casual, scarpetta alla moda e camicia sblusata, magari in tinta beige con la Giorgia Meloni che presiedeva l’incontro, tanto per compiacere anche esteticamente l’uditorio. Apparire «ggiovane». E invece no, Berlusconi, al di là del «piacere di stare tra coetanei», è arrivato col suo tradizionale doppiopetto blu e non se l’è sbottonato. Le complicità sono venute dopo, poco alla volta, sui contenuti o meglio sulla condivisione di un’idea del mondo. Sulla constatazione che se a Sabina Guzzanti opponi il Gabibbo la battaglia per l’egemonia culturale nemmeno comincia. Sulla necessità di rimettere in moto una nazione intorpidita.
E sull’esortazione al centrodestra a scendere di nuovo in piazza il 2 dicembre. Il che ha entusiasmato adolescenti e post-adolescenti che, si sa e li si può capire, non si divertono troppo a seguire il calendario dei lavori parlamentari o la discussione sulla legge elettorale. A quelli di destra la mobilitazione è sangue che scorre nelle vene novecentesche, vogliono azione e Berlusconi gliel’ha assicurata. Ma grattando dietro questo quadro di giovialità, restano un paio di problemi che la Casa delle libertà e Berlusconi per primo non possono e non devono sottovalutare, perché si tratta dell’assicurazione sul futuro per la coalizione.
Il test di giovedì conferma che, in mezzo alla Casalinga Vogherese e all’Imprenditore Nordestino, compare anche il Giovane Arrabbiato tra coloro a cui il centrodestra deve saper parlare. Chi ha in mano i sondaggi dello scorso anno sa che i più giovani, ad esempio chi ha votato per la prima volta, hanno scelto in maggioranza l’Unione. E sa che pure i giovani che stanno col centrodestra percepiscono (non che sia così, ma in politica le percezioni sono massi piantati sulla razionalità delle cose) che l’impegno del passato governo nei loro confronti non è stato coerente con le aspettative. Tutte le polemiche sul «castificio» hanno poi messo a nudo la realtà di una classe politica a trazione gerontocratica. Con il Pd che nasce incanutito e stanco, la Cdl deve escogitare un sistema per favorire un parziale ricambio della classe dirigente aprendosi a quelle nuove generazioni che, ad esempio, si sono viste passare sulla testa una riforma delle pensioni di stampo burosaurico senza poter aprire bocca. Non è giovanilismo. È la pozione di Obelix.