Il Cavaliere fa passare il mal di pancia a Scajola

RomaL’exploit del ministro La Russa a Montecitorio; le dimissioni del sottosegretario Mantovano; i pasticci inanellati dalla maggioranza nella gestione parlamentare e gli inciampi a ogni votazione; la raccolta di firme minacciata dai parlamentari «scajoliani» per chiedere le dimissioni del titolare della Difesa: nelle ultime 48 ore il centrodestra ha dato vistosi e crescenti segnali di stress. Polemiche, rivalità e tensioni interne al Pdl sembravano sul punto di rompere gli argini.
Tanto da costringere a correre ai ripari: un vertice pomeridiano del partito a Palazzo Grazioli (presenti oltre al premier i capigruppo, i coordinatori Pdl, i ministri Alfano e La Russa) e alcuni interventi diretti di Berlusconi sui capifila del malcontento interno (a cominciare da una telefonata a Scajola, dopo la quale l’ex ministro ha ridimensionato gli attacchi a La Russa e richiamato alla «responsabilità») hanno imposto un colpo di freno al caos del tutti contro tutti. «Berlusconiani da una parte e correnti dall’altra», fotografa lo scontro interno Giuseppe Moles, deputato vicino ad Antonio Martino e assai attivo nel gruppo di chi caldeggia un ritorno al «presidenzialismo» delle origini di Forza Italia, in cui «era sempre Berlusconi a fare la sintesi, azzerando le correnti».
Il caso La Russa, a sentire più di un dirigente, sarebbe il grimaldello su cui le varie componenti interne (scajoliani, sudisti di Miccichè, supporter di «Liberamente» e del quartetto ministeriale Gelmini-Frattini-Prestigiacomo-Carfagna) si sarebbero tuffate per destabilizzare l’intero triumvirato che guida il Pdl, e costringere il premier a cambiare il vertice del partito. Senza passare per un congresso in cui i numeri sarebbero dalla parte dei coordinatori attuali.
Di certo nei capannelli di Montecitorio ieri se ne sentiva di ogni colore. Una parlamentare Pdl fedele a La Russa sbottava: «Noi abbiamo sempre votato lealmente tutto quel che ci chiedeva Berlusconi, senza fare ricatti. E invece la prima volta che si tratta di difendere un nostro ministro mezzo Pdl gli butta veleno addosso: bella gratitudine». Un altro larussiano imbufalito faceva conti minacciosi: «Tra Camera e Senato abbiamo 54 voti, senza di noi non passa nulla». In casa ex Fi c’era chi invece indicava Scajola, intento a tener corte su un divanetto del Transatlantico: «Guardatelo, sembra il Padrino». L’ex ministro allo Sviluppo economico rilasciava dichiarazioni di fuoco: «Ieri alla Camera abbiamo assistito a uno spettacolo indegno», diceva. «Ora serve una nuova classe dirigente, capace e meritevole», mentre il Pdl ha «strutture bloccate». A Montecitorio fioccavano le interpretazioni: «Scajola vuole far fuori gli attuali coordinatori e riprendersi il partito»; «Scajola vuole far fuori Cicchitto e prendersi il posto di capogruppo»; «Scajola vuole convincere Berlusconi a ridare a lui la gestione delle liste elettorali». Intanto le agenzie diffondevano una dichiarazione a Radio Radicale di Mario Pepe, ex Fi ora nel famoso gruppo dei «Responsabili», anch’essi ansiosi di «riconoscimenti» ministeriali: La Russa è «stanco», causa doppio incarico di governo e di partito; meglio che faccia un passo indietro e si occupi solo della Difesa. A sera però dal quartier generale Pdl si diffondeva ottimismo: altro che crisi della maggioranza, di qui a qualche giorno i numeri alla Camera sono destinati a crescere fino a sfiorare quota 330. E le amministrative di maggio (nelle quali il centrodestra parte da 10 capoluoghi contro i 20 del centrosinistra, e 4 Province contro 7) il Pdl non potrà che aumentare le sue bandierine, e canterà vittoria. «E allora vedrete che tutti si daranno una calmata».