Il Cavaliere ha celebrato il sedicesimo anniversario del crollo del Muro di Berlino: «Ma quelle barriere non è detto che siano definitivamente alle nostre spalle» Berlusconi: in Italia un comunismo occulto Il premier: «Anche chi formalmente ha rigetta

Sandro Astraldi

da Roma

Celebra il 16° anniversario del crollo del Muro - «e noi stavamo di qua, mentre la sinistra italiana era dalla parte della tirannia e della vergogna» - e ci tiene ad avvertire che non è affatto detto che quelle barriere, quel filo spinato, siano ormai definitivamente dietro le nostre spalle. «Vedrete - nota Silvio Berlusconi in un Palazzo dei congressi dove si fa a spintoni per entrare - che diranno un’ennesima volta che alzo i toni in vista del voto, che faccio del veteroanticomunismo...».
Lo diranno, con tutta probabilità. Ma per chi era presente nella tiepida serata romana dell’Eur, quello del presidente del Consiglio è apparso un ragionamento più che sereno, per nulla accidioso o al di là della righe. Rileva che, non bastassero i due partiti che «ancor oggi si chiamano orgogliosamente comunisti» e senza i quali sicuramente Prodi non riuscirebbe mai a raggiungere una maggioranza, c’è «un altro comunismo tuttora in azione, meno palese ma per questo molto più pericoloso»: quello di chi formalmente ha rigettato le vecchie dottrine, ma ne mantiene i metodi. Primo tra i quali il considerare l’avversario politico un soggetto da eliminare. Più che fisicamente, moralmente. Meglio ancora se attraverso le scorciatoie giudiziarie.
Si spellano le mani i 7.000 e passa presenti. Specie quando Berlusconi nota che per gran parte della sinistra italiana non c’è solo lui nel mirino, ma tutti coloro che rifiutano la loro egemonia. «Ce l’hanno non solo con gli eletti del centrodestra, ma con chi lo vota. Odiano tutti quelli che non la pensano come loro: dicono che sono ottusi, volgari, profittatori». E a sottolineare il passaggio, tira in ballo un piccolo ricordo che gli dev’essere rimasto impresso delle recenti primarie del centrosinistra. Racconta che un tale, interrogato da una tv mentre andava a esprimere la sua preferenza, disse di sentirsi felice perché attorniato da gente «tra cui nessuno vota Forza Italia». L’avessimo fatto noi - aggiunge con tocco di magica perfidia - ci avrebbero chiamato come minimo razzisti e ci avrebbero rovesciato addosso una selva di improperi.
E dunque attenti ai nuovi muri che da sinistra, piccoli e grandi capimastro vorrebbero rialzare. Quelli della violenza, dell’intolleranza, delle tentazioni egemoniche. Non è una fissa quella di Berlusconi. È oggi ancor più di ieri, una fredda valutazione. Dice di non capire come nell’Ulivo ci possa essere chi preferisce Fidel Castro agli Stati Uniti. Rileva che, senza lavacri di alcun tipo, i dirigenti del vecchio Pci rimasti al loro posto, oggi si spacciano per socialisti europei. Nota come sui «valori» dell’Occidente liberale siano in tanti tra loro a non sentirsi per nulla coinvolti. «Ci si può fidare?» dice col tono scontato di chi conosce la risposta. Certo, ammette, le forze liberali non hanno bacchette magiche: ingiustizie, emarginazione, disoccupazione sono fenomeni duri da battere. Ma visto che non esiste la «Gerusalemme celeste» evocata dal comunismo, meglio «il riformismo che è un lavoro senza fine» nell’obiettivo di migliorare le cose, che il disprezzo per l’individuo sul quale domina il Moloch statalista come vorrebbe la sinistra italiana, erede in pensieri parole ed opere del comunismo sovietico.
In apertura - dopo le note di Verdi e Beethoven, dopo l’inno nazionale e quello azzurro cantato a squarciagola dalla platea - il presidente del Consiglio ha tenuto a mettere in rilievo la volontà del Governo di fare del 9 novembre il giorno della “Festa della Libertà”. Una data da non dimenticare, al pari di quella della fine della seconda guerra mondiale «in cui vennero sconfitti fascismo e nazismo». Perché fu allora che si mise fine a una tirannia di pari livello di quella hitleriana, che seminò terrore e milioni di morti per tanti e tanti anni. L’impero del male, come disse Ronald Reagan, cui Berlusconi dedica una citazione al pari di Giovanni Paolo II, attribuendo loro un ruolo fondamentale nella caduta del Muro e nella «liberazione» di milioni e milioni di persone dal socialismo reale. «Nessuno dimentichi quel Muro» l’esortazione finale. Non solo perché la memoria storica è un dovere, ma perché annacquandone l’immagine si mette a rischio il futuro.